ERBOLARIO
Definizione di ARO MACULATO
Aro maculato.
Arum maculatum L.
ARACEE.
Tutti hanno visto spuntare nei boschi o nelle sterpaglie le belle foglie a punta di freccia dell'Aro, foglie spesso macchiate di nero, dalle nervature molto segnate, di cui una contorna tutto il loro margine. Queste foglie sono ben visibili alla fine dell'inverno nei sottoboschi, dove la vegetazione è ancora in letargo.
È verso aprile che la pianta scopre lo strano fiore, una specie di corno bianco verdastro dal quale si rizza, come all'agguato degli insetti che esso catturerà, una fragile clava violacea. Più tardi, al principio dell'estate, ritroveremo una grossa spiga di bacche rosse, che i ragazzi golosi non dovranno cercare di assaggiare, perché esse sono molto velenose.
Questa curiosa pianta sarà il nostro tipo della famiglia delle Aracee, rappresentato da noi solo da poche specie e generi, ma che nei paesi tropicali annovera numerosi rappresentanti dalle forme più diverse di cui alcune, come il troppo celebre Philodendrum, vengono coltivate come piante ornamentali da appartamento.
L'Aro è sì una pianta monocotiledone, ma fa parte di quei pochi generi rari nei nostri climi, che fanno eccezione alla regola delle foglie con nervature parallele, osservata dalla maggior parte delle piante di questa classe.
In primavera, cogliete un fiore di Aro e guardatelo da vicino. Il cornetto, chiamato spata, svasato nella sua parte superiore, protegge un asse ove sono disposti in ordine scalare, quattro organi ben distinti: alla sommità, una specie di clava chiamata spadice; al di sotto un collarino di filamenti che rappresentano dei fiori sterili, sotto ancora un organo globuloso formato dall'insieme dei fiori maschili, e infine in basso, nel fondo del cornetto, un ammasso più importante di fiori femminili molto rudimentali. La fecondazione di questo «fiore» bizzarro avviene per intercessione degli insetti, i quali, penetrando nella spata, vi rimangono imprigionati fino al suo appassimento, poiché i filamenti che ne ostruiscono l'ingresso non consentono loro di uscirne più: d'altronde nella spata essi vi trovano un liquido nutritivo che li disseta, quando non li annega.
Alla maturità la spata dell'Aro, sparisce, e i fiori femminili, trasformatisi in bacche, accendono nei boschi e lungo i pendii quei bei candelabri del diavolo, per cui l'Aro meriterebbe di essere coltivato nei luoghi ombrosi dei parchi, dove sono poche le piante che attecchiscono. L'aspetto tanto particolare dell'Aro gli ha fatto dare diversi nomi, tra i quali Gichero, Erba da piaghe, Gicaro, ecc. Il suo rizoma carnoso, tossico quando è fresco, diviene commestibile dopo un'opportuna preparazione: i francesi perciò lo chiamano anche «Pane da lepre», «Pane da rospi», ecc.
RACCOLTA E CONSERVAZIONE.
L'Aro è comune in tutta la penisola, nei luoghi ombrosi dal mare alla zona submontana, insieme ad una specie vicina, VArutn italicum Mill., le cui foglie venate di bianco e più grandi spuntano in autunno. Le foglie dell'Aro si raccolgono in giugno-luglio prima che giunga a maturazione la spiga, mentre quelle dell'Aro italiano vanno colte dall'autunno alla primavera. I rizomi si estraggono in primavera o in autunno; essi perdono le loro proprietà avvizzendo.
PROPRIETÀ MEDICAMENTOSE.
L'Aro è una pianta velenosa allo stato fresco, che occorre adoperare per uso interno con grande precauzione.
La radice, alla dose di 30 centigrammi (bambini) fino ad un grammo (adulti) frazionata in diverse volte al giorno, mescolata al miele, è stata utilizzata con successo nelle broncorree e nella tosse asinina. È preferibile, come per l'Arnica, attenersi solo al suo uso esterno, nel quale la radice fresca e le foglie dimostrano di essere vescicanti, detersive e risolutive. Facendo conto solo su queste due ultime proprietà, si utilizzerà l'Aro nel trattamento degli ascessi freddi, delle glandole scrofolose. Onde evitare l'effetto vescicatorio, è raccomandabile di tritare nel mortaio foglie di Aro e di Erba acetosa (quest'ultima è un notevole antidoto contro certe piante irritanti e, nel nostro caso, agisce anche come risolutivo) applicando la mistura e poi fasciando la parte. Cazin ha ottenuto buoni risultati mescolando queste due piante cotte sotto la cenere dentro una foglia di Carolo, e poi incorporate nella sugna. Col succo puro delle foglie e delle radici, lo stesso Cazin ha «deterso rapidamente delle ulcere atoniche, scorbutiche o scrofolose... una auspicata suppurazione ha luogo, e una solida cicatrizzazione si verifica poco a poco».
USO ALIMENTARE.
Malgrado la sua grande tossicità allo stato fresco, la radice dell'Aro diventa commestibile dopo diverse bolliture, ed è anche assai nutriente. Se ne è estratta una fecola con la quale si è potuto fare del pane. «Parmentier», dice Bosc ispettore generale dei vivai reali nel 1882, «ha rivelato nel suo patriottico lavoro sulle sostanze alimentari, che questa radice poteva diventare una grande risorsa nei periodi di carestia, e ne ho fatto esperienza durante il mio ricovero nella foresta di Montmo-rency, all'epoca del Terrore.» (1)
(1) Dagli Aro tropicali si ricava il Sagù, che serve da pane a diverse popolazioni. La fecola, elemento fortificante e di facile digestione, si trova in commercio sotto il nome di Sagù di Portland. (N.d.T.).
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