ERBOLARIO
Definizione di CARDO DI VENERE
Cardo di Venere.
Dipsacus silvestris L.
DIPSACACEE.
Lungo i sentieri, sugli argini, nelle terre incolte il gran Cardo di Venere nello stesso tempo cero e acquasantiera, innalza i suoi fanali e i suoi crogiuoli per l'officio magico della piena estate. Questa pianta superba, biennale, chiamata a torto Cardo, è notevole per il suo grosso capolino ovoidale, mólto spinoso (queste spine sono le brattee dei fiori o "pagliette") circondato alla base da un involucro di grandi brattee pungenti. Il fusto, alto talora più di 2 metri, è scanalato, irto di aculei, e regge delle lunghe foglie opposte, riunite alla loro base in una specie di vasca dove fa da specchio l'acqua piovana che vi si raccoglie. In Francia viene perciò popolarmente chiamato Osteria degli Uccelli, Fontana degli Uccelli, Lavatoio di Venere. Le foglie della base sono oblunghe e distese al suolo. Questa pianta fiorisce in luglio-agosto, e i suoi fiori lilla circondano il capolino con regolari corone. Il Cardo di Venere è una Dipsacacea, famiglia assai vicina alle Composite: i suoi fiori sono anche riuniti in capolini, ma diversi dai fiori delle Composite, e sono ben riconoscibili tanto che se qualcuno esamina un capolino di questa pianta o di una Scabiosa, non può immaginare di trovarsi di fronte a un fiore unico, come lo si può pensare cogliendo un fiore di un Dente di leone o di una Margherita. Se noi stacchiamo accuratamente un fiore da un capolino di Cardo di Venere, noteremo una corolla a tubo a quattro lobi, che reca quattro stami. Il calice unito all'ovaio e alla base, si allarga a coppa sotto di esso, ed è circondato da un piccolo involucro quadrangolare, vellutato. I fiori nascono alla ascella delle pagliette acute, che conferiscono al capolino l'aspetto di una testa pungente.
Le Dipsacacee sono rappresentate soprattutto da un altro genere, Scabiosa, pianta non pungente, con i fiori riuniti in teste emisferiche, le cui corolle hanno più spesso cinque lobi. Il calice delle Scabiose è a spiga e non a coppa, come nel Cardo di Venere.
USO MEDICAMENTOSO.
Mal di denti
Ecco ciò che Cazin, medico a Boulogne-sur-Mer, diceva nel 1850 di un verme parassita dei capolini del Cardo di Venere: «Si rinviene nella parte superiore del Cardo dei lanaioli (altro nome con cui viene chiamato il Dipsacus fullonum L., anche in Italia), un verme che schiacciato sui denti, può per la sua applicazione, o anche per contatto delle dita che lo hanno schiacciato, produrre una diminuzione istantanea, la fine immediata del dolore ontalgico. Ho spesso usato questo mezzo singolare con successo. Il dolore ricompare dopo dieci, quindici, venti minuti, ma una nuova applicazione ottiene lo stesso risultato. Io l'ho replicata fino a cinque volte consecutive sullo stesso dente, e sempre ho avuto il medesimo risultato. Invito gli scienzisti a compiere delle ricerche sulle cause di questo effetto veramente straordinario». Questo verme è un nematode, oppure un bruco di microlepidottero? Gli scienziati interessati da Cazin non pare che si siano ricordati delle qualità anestetiche di questo verme. Etienne Rabaud, professore della Sorbona e gran divoratore di teorie evoluzionistiche, ha solo chiesto ad una di queste bestie disgraziate di sostenere una delle tesi materialistiche in un'opera poco divertente, intitolata «Il caso e la vita delle specie».
Durante le mie passeggiate campestri, non ho mai sofferto di mal di denti, e così non ho potuto sperimentare il potere degli ospiti del Cardo di Venere... Si racconta che la Coccinella a sette punti venga impiegata con lo stesso scopo, ma che essa sia molto meno attiva.
USI DIVERSI.
Se la medicina ha usato la radice del Cardo di Venere come aperitivo e stomatico (macerazione nell'alcool o decozione), la pianta è soprattutto conosciuta per l'uso che l'industria laniera fa dei capolini della specie coltivata, le cui pagliette sono uncinate e non diritte come quelle del Cardo di Venere, e vengono impiegate per cardare certi tessuti. La specie coltivata per quest'uso si chiama Cardo dei lanaioli (Dipsacus fullonum L.), ma il suo impiego industriale è quasi del tutto scomparso, tranne forse in Provenza e in Normandia.
L'acqua della pioggia o della rugiada raccolta dalla coppa delle foglie prima del levar del giorno, era usata dal popolo contro le macchie rosse dell'epidermide: in Francia, nel dipartimento della Charente le si da il bel nome di Eau de nuit, e serviva a detergere le impetigini. Questo impiego è da condannare, perché molte impurità, e cadaveri di insetti fanno sovente del "Lavatoio di Venere" una pozza d'acqua stagnante.
USI DECORATIVI.
Tutti i fioristi vendono oggi dei mazzi di Cardi di Venere, volgarmente tinti, che mischiati a quelli della Lunaria (Medaglia del papa) e alle spighe di Mais fissate su manici di scopa, costituiscono dei mazzi di fiori secchi di un notevole pessimo gusto. Esso è tuttavia una delle poche piante che sappiano conservare, da morte, un aspetto pressappoco intatto, e che acquistano dall'appassimento una nuova personalità, discreta e un po' austera.
Spesso basterà una passeggiata in campagna, d'autunno, per raccogliere i Cardi di Venere ormai secchi, ma è facile coltivarli in giardino, dove, giudiziosamente piantati, possono riuscire di un bell'effetto decorativo. Seminate in autunno i grani raccolti in cima al capolino centrale della pianta, in una terra un po' fresca e smossa, concimata già da parecchio tempo. Una terra grassa e troppo umida, una pessima esposizione, gli nuociono parecchio: possono gelare durante l'inverno. Rivangate in primavera, dopo averli diradati. Talvolta la pianta alza il fusto durante il primo anno, ma di solito è nel secondo anno che fiorisce; dopo di che muore. Voi potete anche seminare in lettiera a cominciare da marzo, e trapiantare i piedi migliori quando hanno raggiunto un certo sviluppo.
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