ERBOLARIO

Definizione di CELIDONIA

Celidonia.
Chelidonium majus L. 
PAPAVERACEE

Bella pianta che cresce sui muri, tra le macerie e le siepi, sempre nelle vicinanze dei luoghi abitati, la Celidonia non passa inosservata. Vivace, essa apre da maggio a ottobre delle graziose ombrelle di fiori gialli, a quattro petali (i due sepali si staccano quando si aprono) cui fanno seguito le silique molto strette, lunghe tra i 3 e i 4 centimetri. Il fusto è un po' villoso, le foglie sono molli, di un color verde bluastro al di sotto e sono composte da foglioline lobate come quelle della Quercia. La pianta completa esala un odore sgradevole, e quando si spezza il fusto o si rompono le foglie, ne esce un succo giallo, irritante. Si adopera la pianta intera, raccolta agli inizi della fioritura, che va seccata all'ombra, oppure il succo fresco, che è da preferirsi.

PROPRIETÀ MEDICAMENTOSE.
Olivier de Serres dice che secondo la comune credenza le rondini curano con questa pianta i rondinini ciechi, mentre Dioscoride dice che essa compare con le rondini e che muore quando queste partono, ciò che è più verosimile, ma niente affatto speciale per la Celidonia. Celidonia, dal greco Khelidón: rondine, ciò fa ricordare la leggenda che spiega l'uso popolare di questa pianta come antioftalmica, utilizzazione del resto ben giustificata.
Il succo giallo della Celidonia, che ricorda quello della bile, aveva suggerito agli allievi di Paracelso, difensori del suo principio delle «signatures» (1), che la pianta doveva essere uno specifico delle affezioni di fegato, ed è curioso constatare che le ricerche moderne hanno confermato quelle supposizioni empiriche. (Si affermava pure che, posta sul capo di un malato, la Celidonia lo facesse piangere se era destinato a guarire, e cantare se doveva morire!)

Uso interno.
La pianta è diuretica, purgativa, colagoga, narcotica, a seconda dei modi con cui viene impiegata. A forti dosi essa diventa pericolosamente TOSSICA e può perfino condurre alla morte. È dunque un'erba pericolosa, che la medicina familiare deve utilizzare solo con grande prudenza. La Celidonia è stata vantata da numerosi medici, fino dall'antichità, contro l'idropisia, la renella, l'itterizia, il blocco delle vie intestinali, («Essa fa dei miracoli nell'edema della milza», diceva Thore nel 1803), la stitichezza ostinata. Galeno e Dioscoride la raccomandavano, infusa nel vino bianco, contro Pitterò; Gilbert ha guarito degli itteri cronici impiegandola in decozione; Cazin l'ha usata con successo in questi stessi mali, contro i gonfiori linfatici e le dermatosi gravi. Dosi: mai oltrepassare 30 grammi di foglie secche per litro d'acqua (una tazza prima d'ogni pasto); 15 grammi di radici (secche per litro d'acqua (da prendersi nelle ventiquattro ore). Cazin ha veduto un guaritore usare con successo contro la renella e l'idropisia la radice di Celidonia infusa alla dose di 30-60 grammi in un litro di vino bianco: da 30 a 90 grammi ogni mattino. È possibile utilizzare, d'estate, il succo fresco della pianta mescolandolo in parti uguali col miele (Metodo di Wendt). Si somministra questa mistura incominciando con la dose di 8 grammi al giorno, aumentando progressivamente fino a 16 grammi, sciolti in un po' d'acqua. Come depurativo, utilissima nelle affezioni croniche del fegato, si prenderà il succo fresco nella dose da 1 a 5 grammi in una scodella di latte, o meglio di latticello, ogni mattino.
La fitoterapia moderna ha riconosciuto alla Celidonia delle proprietà sedative molto marcate, utili contro gli spasmi provenienti dalla muscolatura liscia, specialmente quelli dello stomaco. Si sono conseguiti dei buoni effetti nelle affezioni delle vie biliari, fra le quali la colecisti, contro la predisposizione all'arteriosclerosi e nell'ipertensione.

Uso esterno.
La nostra pianta è utilizzata da molti secoli contro le affezioni più diverse. Olivier de Serres (1623) ci dice che essa «guarisce le impetigini, i pruriti, le ulcere, la rogna dei bambini», e Thore assicura che essa è «uno tra i più potenti detersivi nelle ulcere, anche in quelle scrofolose». Bisogna tener presente la sua utilizzazione sui tumori scrofolosi, sulle ulcere sordide, scorbutiche e atoniche: essa «le modifica vantaggiosamente, le deterge e le pone in condizioni che ne favoriscono la cicatrizzazione» dice Cazin, che paragona l'effetto della Celidonia a quello della radice di Aro (in questo caso si impiega il succo puro o diluito in acqua, in compresse). Lo stesso eminente sperimentatore, l'ha utilizzata con successo nelle impetigini squamose umide, usando una pomata composta col «succo della pianta bollito nello strutto fino alla consumazione del succo» (dietro consiglio di un prete che lo impiegava in casi simili), dopo quindici giorni dell'uso interno del miscuglio succo-miele di cui ho parlato più sopra. La malattia vecchia di un anno era guarita in un mese con questo trattamento («tanto semplice quanto poco costoso») e il malato rimesso in piedi. Tutti conoscono l'impiego di questo succo sui porri e le verruche; è raro che essi resistano a tre toccamenti al giorno; io l'ho constatato molte volte (nella misura del possibile badare di non superare con l'applicazione del succo la superficie dell'escrescenza per evitare l'infiammazione cutanea, data la causticità del succo). I duroni e i calli possono essere trattati nello stesso modo appunto con l'impiego del succo. Sotto forma di collirio, come antioftalmico, la Celidonia merita davvero la fama di cui godeva? Vantata una volta per curare i mali agli occhi più diversi e per «schiarire la vista», la pianta sembra effettivamente, per una volta ancora, molto attiva. Si può utilizzare la sua decozione, oppure il succo molto diluito in acqua (venticinque volte il suo volume) nelle oftalmie croniche, le ulcere palpebrali, le blefariti, le congiuntiviti e perfino nelle macchie corneali. Insisto che venga adoperato il succo molto diluito, poiché una concentrazione troppo forte potrebbe apportare delle infiammazioni gravi.
(1) Paracelso pensava che esistesse un rapporto fra gli animali e i vegetali, e che questi ultimi presentavano nella loro organizzazione interna o esterna, l'immagine della parte del corpo per la quale erano destinati. Così la Polmonaria, le cui foglie sono chiazzate di bianco e rassomigliano vagamente ai polmoni, doveva essere utilizzata nelle affezioni di quest'organo, l'Iperico, per il suo succo rossastro che rammenta il sangue, doveva guarire le ferite, ecc.

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