ERBOLARIO
Definizione di DENTE DI LEONE
Dente di leone.
Taraxacum officinale Weber
COMPOSITE.
IL Dente di leone, di cui esistono un gran numero di varietà, è fuor di aubbio la pianta selvatica più conosciuta: dai selciati delle città ai prati di alta montagna, essa fa sbocciare ovunque i suoi capolini giallo dorati, solitari in cima a steli lisci e nudi, che nascono da una rosetta di foglie profondamente dentellati (donde il nome di Dente di leone in Italia, Dent-de-lion in Francia, diventato curiosamente Dandelion in Inghilterra).[Da noi viene chiamata anche Bugia o Soffione] Sono rare le praterie, gli orli delle strade, le sodaglie, gli stessi acquitrini (Taraxacum palustre DC) dove non luccichi in primavera la moneta d'oro dei giovani Denti di leone, primo tributo della terra rinnovata agli emissari del sole. Il Dente di leone è una Composita-Cicoriacea (vedere alla voce Composite nel lessico). Tutti i suoi fiori sono ligulati. Quando si spezzano, il peduncolo floreale, le foglie, oppure la radice, robusta e molto profonda, ne esce un succo lattiginoso, chiamato "lattice", analogo a quello del caucciù. I fiori del Dente di leone sono sormontati, a maturazione da una resta che finisce in un piccolo ombrello di setole sottili. In molti luoghi c'è l'usanza di soffiare su queste setole, e trarre auspici, magari matrimoniali, dal numero che se ne stacca.
RACCOLTO.
L'insalata va colta all'inizio della primavera, in luoghi puliti. Diffidate dai Denti di leone cresciuti sui margini delle strade, dei prati dove il bestiame ha pascolato, di quelli cresciuti nei luoghi troppo umidi, e comunque lavateli accuratamente prima di metterli nell'insalatiera (i bottoni dei fiori del Dente di leone sono perfettamente commestibili). La fototerapia utilizza principalmente la radice, che va strappata in agosto-settembre, impresa piuttosto ardua, facilitata da una coltivazione ben condotta. La radice si impiega fresca.
PROPRIETÀ MEDICAMENTOSE.
Tonico-amaro, diuretico, colagogo, il Dente di leone è per eccellenza l'insalata di coloro che hanno perduto l'appetito, che vanno soggetti a cattive digestioni, che soffrono di fegato, di malattie cutanee croniche, fra cui l'eczema; essi ricaveranno tutti i più grandi benefici dalle cure primaverili di quest'erba, che si potrà mescolare a volontà con la Cicoria, il Cerfoglio, ecc.
I vecchi empirici, a partire da Olivier de Serres nel 1600, che si rifacevano alle tradizioni popolari ancora più antiche, hanno esaltato questa pianta nelle varie affezioni del fegato. I moderni, se hanno dimostrato che il succo del Dente di leone accresce la secrezione della bile provocando le contrazioni della vescicola biliare, non fanno che precisare le osservazioni dei vecchi empirici.
Quando sia possibile, utilizzare la radice fresca in infusione o in decozione (da 30 a 60 grammi per litro d'acqua). Il suo succo, facilitando l'uscita della bile e decongestionando il fegato, è particolarmente indicato nella litiasi biliare (calcoli), nella itterizia e in tutte le forme di insufficienza epatica. Il succo si altera molto presto. Lo si potrà conservare col metodo di A. Brissemoret (1902): Succo di radice fresca: 100 grammi Alcool a 90°: 18 grammi Glicerina: 15 grammi Acqua: 17 grammi
da prendersi uno o due cucchiai da minestra al giorno. Jospeh Roques (1837), afferma che il succo di Dente di leone assieme a quello di Trifoglio fibrino e della Saponaria, è un gran rimedio contro l'erpete inveterato, e Van Swieten (1700-1772) celebre medico olandese, lo usava di frequente negli ingorghi dei visceri addominali. Per curiosità aggiungerò che Barbette, famoso chirurgo del XVII secolo, aggiungeva al succo di Dente di leone «una mezza grossa di occhi di gamberi», e che Schmuck, suo contemporaneo, afferma che la radice, portata come amuleto, «cancella le macchie, le nubi e gli altri vizi degli occhi».
USI DIVERSI.
Il Dente di leone è tra le più popolari insalate selvatiche. Esso procura a molte persone un antipasto gradevole e sano (dico antipasto, perché frutta e legumi dovrebbero sempre precedere il pasto, e non chiuderlo: si tratta di un principio dietetico elementare), che soddisfa soprattutto il piacere paleolitico di «averlo raccolto da se stessi», talvolta sfidando una mandria di mucche minacciose, nipoti del Bos primigenius.
I crostoni di pane fritto, strofinati d'Aglio, e pezzi di lardo, ugualmente fritto, accompagnano come meglio non sarebbe possibile il Dente di leone, di cui esistono delle varietà coltivate, più dolci ma meno ricche di proprietà (è chiaro che una pianta ottenuta nell'orto non può avere quelle di una cresciuta in piena natura). Mandorle grattate e olio di Noci, fanno di questa la principessa delle insalate. Cotto e ridotto in purea il Dente di leone fornisce, secondo l'espressione di Ledere, un piatto «cordialmente amaro (...) che si può prescrivere abbondantemente agli artritici, soprattutto a coloro le cui funzioni renali ed epatiche lasciano a desiderare».
Le giovani gemme pronte a sbocciare, possono essere messe in aceto come i Capperi.
La radice, torrefatta e macinata, da una bevanda uguale a quella della Cicoria. La Cicoria che si trova in commercio ne contiene spesso.
COLTIVAZIONE.
Il Dente di leone è talmente diffuso allo stato selvaggio che non vale la pena di coltivarlo. Tuttavia chi lo volesse fare, potrebbe seminarne un po' nel suo giardino. Sono da preferirsi i semi delle piante selvatiche, e per estrarre la radice aspettate il secondo o il terzo anno. È una pianta poco esigente quanto alla natura del suolo e che richiede poche cure: qualche sarchiatura e un terreno sempre fresco durante l'estate. Chi volesse imbiancarla, potrà coprirla di terra o di vasi da fiori rovesciati, in novembre, per tagliarla all'altezza del colletto in febbraio o marzo. Dalla pianta nasceranno presto altre gemme. La si può inoltre coltivare in cantina, come la Cicoria "Barba di Cappuccino". I fiori del Dente di leone sono melliferi. Tutti gli erbivori amano le sue foglie.
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