ERBOLARIO
Definizione di DROSERA
Drosera.
Drosera rotundifolia L.
DROSERACEE.
Bisognerà che camminiate nelle infide torbiere, negli stagni acidi, per trovare questa strana pianta, la più strana forse della nostra flora. Drosera, o Rosolida, Rosella, Rugiada del sole, come viene anche chiamata, piccola erba dal nome magico, che fu per tanto tempo l'alleata dell'alchimista e del mago, prima di diventare quella del medico. Sui muschi, raramente sul suolo nudo, noterete dapprima le macchie rosse delle colonie di Drosera, poiché spesso crescono assieme fittamente. Da vicino voi scoprirete delle rosette di foglie curiose, distese su suolo, rotonde, che si restringono bruscamente in un picciolo esile e lungo, notevoli soprattutto per le numerose ciglia glandolari di cui è cosparsa la loro superficie. Queste ciglia munite di glandole scintillanti danno l'impressione di una pianta sempre inumidita dalla rugiada. Dal centro della rosetta salgono, raramente oltre i 20 centimetri, uno o più fusti molto sottili, privi di foglie, che finiscono in un grappolo di piccoli fiori bianchi, che ben di rado si vedono sbocciare. Se la morfologia della Drosera consente di riconoscerla subito fra la povera vegetazione dei luoghi dove ama crescere, la sua biologia ne fa una pianta ben distinta nella nostra flora: infatti essa è una tra le pochissime piante realmente carnivore. Ad occhio nudo, meglio con la lente, esaminate attentamente una foglia: sarete dapprima colpiti dal suo aspetto quasi animale. Le ciglia rossastre che spuntano lungo il suo bordo e che si trovano disseminate anche sulla sua superfice, sembrano più i tentacoli di un mostro marino rivestito di perle, che i peli di un'erba innocente. Attirati senza dubbio dallo splendore di quelle gioie, gli insetti vanno a posarsi sulla foglia: ma la creduta rugiada, è un vischio spietato che li paralizza, che li pone alla mercé del mostro. A poco a poco le ciglia del bordo si ripiegano, stringendosi sulla preda (questo movimento, secondo Darwin, non si verifica al contatto di sostanze non azotate): le glandole-trappole, diventano digestive, secernono dei succhi nei quali la chimica ha riconosciuto delle diastasi analoghe a quelle dei nostri succhi gastrici e poi, quando il loro lavoro di dissoluzione è compiuto, esse diventano assorbenti e la pianta si nutre col cadavere dell'insetto (secondo Fournier, una sola pianta di Drosera può catturare duemila insetti in un'estate).
La Drosera cresce nei luoghi umidi, sugli stagni, qua e là dal piano alla zona montana dell'Italia del nord e centrale. Questa pianta vivace può servire per misurare la velocità di crescita delle torbiere. Togliendola dal suolo delicatamente, voi noterete che la radice reca, ad intervalli più o meno regolari le vestigia delle rosette passate; la distanza fra ogni rosetta rappresenta l'elevazione annua degli stagni, la cui decomposizione in profondità crea la torba, combustibile mediocre quasi abbandonato ai nostri giorni, ma spesso ricco di pollini fossili che una nuova scienza, la palinologia, studia attentamente, per tentare di ricostruire la storia dei vegetali nelle nostre contrade nel corso degli ultimi millenni.
Di Drosere esistono alcune specie che si differenziano per la forma delle loro foglie. La loro biologia e le loro proprietà medicamentose sono uguali. Esiste pure una Droseracea assai rara, acquatica, l'Aldrovandia vesiculosa (Monti) L., che appartiene strettamente al campo dei botanici, e che nominiamo qui a solo titolo di curiosità.
PROPRIETÀ MEDICAMENTOSE.
La Drosera, studiata soprattutto dai moderni, è una pianta anzitutto antispasmodica, utilizzata specialmente nelle affezioni delle vie respiratorie: tosse, tosse asinina, bronchiti, asma. Aggiungendole il Pepolino, la Coda cavallina, dice Paul Fournier «si ottiene uno specifico di certa efficacia nella tosse asinina e nelle tossi convulsive». Nel XVIII secolo, la pianta presa sotto forma di polvere o di sciroppo, era ugualmente stimata per le stesse malattie. Nel 1903, Thore riferiva che essa «attacca il fegato (delle pecore) o i polmoni, procurando con questo mezzo una tosse che le fa morire insensibilmente». Gli omeopati non potevano far a meno di utilizzare questo reale potere della pianta sull'organismo sano, e ancor oggi fanno della Drosera lo specifico della tubercolosi polmonare. La tintura si ottiene facendo macerare durante dieci giorni 100 grammi di pianta fresca, pestata nel mortaio, in 500 grammi di alcool a 60°: da dieci a venti gocce, da tre a cinque volte nelle ventiquattro ore. Ai bambini si darà piuttosto a cucchiai da minestra il seguente sciroppo: Sciroppo di Rosolaccio, 200 grammi; tintura di Drosera, 2 grammi (Henri Ledere). Ogni cucchiaio contiene circa dieci goccie di tintura. La Drosera fa cagliare il latte.
SUPERSTIZIONI.
La Drosera deve aver colpito presto l'immaginazione degli uomini, e sebbene che il termine di "pianta carnivora" non sia stato pronunciato che nel XVIII secolo (per primo da Diderot, così sembra), il suo potere di catturare gli insetti non poteva passare inosservato agli occhi dei contadini d'un tempo, osservatori attenti delle cose della natura. I maghi di campagna la utilizzavano per i loro sortilegi. La Drosera doveva essere colta alla mezzanotte di San Giovanni, muovendosi all'indietro per non essere seguiti dal diavolo. Leproux, nella sua opera tanto interessante «Medicine, Magie et Sorcellerie», P.U.F., 1954, che studia queste tradizioni nella Charente, dice della Matago, che non ha individuato, ma che è indiscutibilmente la Drosera, poiché nella Sologne bourbonnaise (Bernard e Gagnon, 1954) questa pianta viene anche chiamata Matagot o Matagon: «Il suo nome viene sempre pronunciato con terrore... La paura che essa ispira lascerebbe credere che è sempre usata correntemente... Una sola pianta di Matagot collocata in una stalla o in una casa vi provoca una febbre perniciosa». Nel Bourbonnais, la pianta passava per essere fosforescente di notte e durante il giorno, la si scopriva osservando i picchi verdi che volavano in una maniera speciale per afferrare l'erba che, secondo la tradizione popolare, induriva il loro becco. Si acquistava forza sfregandosi con le sue foglie durante la notte di San Giovanni; il bovaro che scopriva una pianta di Matagot diventava infaticabile; se ci camminava sopra egli non ritrovava più il suo cammino.
La Drosera è oggi in via di regressione nei nostri climi. Il prosciugamento progressivo, naturale o artificiale degli stagni e delle torbiere scaccia la pianta dalle pianure e senza dubbio essa finirà col non esistere altro che in montagna. Essa richiede quindi una certa protezione, e non deve venire raccolta nei piccoli insediamenti della pianura dove vegeta tuttora. Del resto, i raccoglitori delle fabbriche di medicine omeopatiche la raccolgono a dozzine di chili, facendola regredire pericolosamente in certi paesi.
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