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San Giobbe

San Giobbe è un’area di Venezia del sestiere di Cannaregio, caratterizzata da secolari trasformazioni urbane e sociali, dovute in gran parte alla presenza di attività produttive; infatti essendo considerata periferica rispetto ai sestieri di Rialto e San Marco parte dei terreni vennero destinati alle industrie, che per motivi di carattere igienico-sanitario non potevano essere poste nei quartieri più popolati della città. Grazie a questa caratteristica del territorio - assieme alla facilità dei trasporti per la vicinanza con la terraferma - attorno al XV secolo si insediarono piccole industrie per la tintura dei tessuti (testimoniate anche dall’attuale toponomastica), cererie, fornaci per la cottura della pietra rossa, squeri, piccoli macelli. Successivamente nella prima metà dell’Ottocento la giovane l’amministrazione comunale decide di concentrare in un unico luogo - anche per la presenza di una sorgente d’acqua dolce - la macellazione “sia di Bovi, che di Vitelli, Lanuti e Suini”, attività che sino ad allora veniva praticata in tutta la città. Sorge così nel maggio del 1843 il primo impianto della ‘fabbrica’ del Macello di San Giobbe che nel corso del tempo ha subito ampliamenti, modifiche strutturali e di destinazione; divenuto alla fine del Novecento sede del Polo di Economia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Negli stessi anni della nascita del Macello venne edificata una cereria che nel 1890 diventa il Mulino dei Grani Passuello e Provera, attualmente trasformato nella Biblioteca Centrale delle Scienze Economiche, sempre dell’università veneziana.
Altro elemento che contraddistingue San Giobbe è la presenza sin dal tardo medioevo di Opere assistenziali, istituite con l’intenzione di fornire un piccolo alloggio in favore dei bisognosi. Fu per volontà del nobile Giovanni Contarini che nel 1378 si istituì la Pia Istituzione Contarini, opera pia ancora attiva ai nostri giorni e ampiamente presente dell’area. Nel 1781 i discendenti del Contarini acquistarono le sedici case della Corte Moro, costruite nella seconda metà del XV secolo per le volontà testamentarie del doge Cristoforo Moro – sepolto nella Chiesa di San Giobbe –, piccole abitazioni edificate per i “poveri marinari, siano de anni 50 in suso et haver sempre navigato”. Di questa opera pia non rimane che la documentazione d’archivio, poiché le case furono demolite verso la fine del 1800 per gli ampliamenti del macello comunale.
Inoltre San Giobbe, essendo collegata con la vicina Mestre – importante snodo per il commercio tra la terraferma e Venezia – dal canale di San Secondo, fu anche sede di stazi e traghetti per merci e persone.

CHIESA DI SAN GIOBBE

campanile

Nel 1378 Giovanni Contarini fonda a San Giobbe un’ospizio per bisognosi, accanto ad esso, nel 1380 fece costruire una piccola chiesetta di fattura gotica – ora Capella Contarini – dedicata a San Giobbe (Sant’Agiopo), protettore dei mercanti di seta. Più tardi per garantire la sopravvivenza dell’opera caritativa Lucia Contarini, figlia e unica erede del Contarini, affida ai Frati Francescani Minori Osservanti la conduzione dell’ospizio e della chiesa. Negli anni immediatamente successivi i Frati ampliano la chiesa in stile gotico archiacuto sull’area dell’attuale navata. Tra gli architetti si fanno i nomi di Antonio Gambello (che collaborò alla chiesa di San Zaccaria) e Lorenzo di Gian Francesco (attivo nella costruzione di San Michele). Nel 1443 vi predicò San Bernardino da Siena, amico di Cristoforo Moro, che divenne Doge nel 1462.
Fu grazie alla devozione di quest’ultimo che si riaprirono i cantieri per l’ampliamento della chiesa. Infatti nel 1471, anno della sua morte il Moro lascia in testamento ai Frati Francescani una somma di 10.000 ducati per la continuazione dell’ampliamento della chiesa, indicando che dovesse essere terminata secondo i disegni gotici del Gambello, ma in realtà, con il sorgere del gusto rinascimentale, l’opera venne affidata a Pietro Solari, detto il Lombardo e ai suoi collaboratori, tra cui il figlio Tullio e a Giovanni Buora.
Portale d'ingresso
Lo splendido portale d’ingresso
Particolare del portale
opera del Lombardo e dei figli Tullio e Antonio è datato 1471, e rappresenta una delle prime testimonianze del Rinascimento a Venezia.
Nella lunetta semicircolare sono raffigurati i Santi Giobbe e Francesco nell’atto di preghiera verso il sole. Sormontano la lunetta tre statue: San Bernardino, Sant’Antonio e San Lodovico Vescovo di Tolosa.
L’arco trionfale del presbiterio con le colonne sovrastate dalla Vergine e dall’Angelo Nunziante, finemente lavorate dal Lombardo e aiuti, porta lo stemma del Doge Cristoforo Moro e apre all’altare maggiore dove al centro si trova la sua tomba.
Di nostro interesse è il quarto altare sulla destra, eretto come atto di devozione dalla compagnia dei Barcaroli che gestivano il traghetto che da San Giobbe trasportava i passeggeri a Marghera e Mestre. Sul fronte dell’altare è scolpito Sant’Andrea con delle gondole, mentre la pala raffigurante i Santi protettori dei naviganti Andrea, Pietro e Nicolò è di Paris Bordone (Treviso 1500-1571) allievo del Tiziano.
La seconda cappella a sinistra, voluta dalla famiglia Martini, mercanti di seta, giunti a Venezia da Lucca nella seconda metà del Trecento, rappresenta l’arte Rinascimentale fiorentina emergendo per la sua bellezza nell’ambiente. Lo splendente e cromaticamente ricco soffitto in terracotta invetriata è l’unica opera in Venezia dell’arte della famiglia dei Della Robbia.
Si descrive in questa sede l’attività dei Lucchesi e dei Tessitori di seta in quanto strettamente collegati alla produzione dei Tintori. Lucca nel XIII secolo era il centro principale della produzione serica nella penisola italiana, ma i continui disordini politici causarono una vasta emigrazione della popolazione verso altri centri di produzione. L’arrivo da Lucca a Venezia tra il 1309 e il 1317 della comunità lucchese ebbe un’influenza decisiva sulla manifattura veneziana della seta che seppur organizzata aveva ancora una produzione relativamente modesta. I lucchesi si riunirono nel 1360 in una Corporazione autonoma, chiamata Corte della Seta, in un edificio a fianco della chiesa di san Giovanni Grisostomo. La Corte era un tribunale corporativo con il compito di giudicare sull’operato degli associati lucchesi, sottoposta tuttavia al controllo statale dei Giustizieri vecchi.
I Tessitori di Seta veneziani invece fondarono la loro Scuola nel 1488 riunendo le Scuole dei Veluderi e dei Samiteri. Loro sede fu agli inizi in Campo dei Gesuiti – con santo patrono san Cristoforo – poi si trasferirono nella Scuola di Santa Maria della Misericordia, eleggendo la Beata Vergine Annunziata protettrice della categoria.
La seta grezza proveniva dall’Oriente attraverso la Via della Seta, descritta da Marco Polo nel Milione. Alla disgregazione dell’impero mongolo la Repubblica dovette importarla via mare dai porti del Mar Nero. Solamente a partire dal XV secolo cominciò a diffondersi nelle province della terraferma veneziana – Vicenza e Verona – la coltivazione dei gelsi e dei bachi da seta.
Giunti i bachi da seta negli opifici veneziani, svuotato antecedentemente il bozzolo delle crisalidi, principiava la catena delle attività dell’industria serica. Alla cui base stava la filatura e la torcitura del filo, procedure svolte dai Filatori attraverso mulini mossi dall’energia umana dei Menadori. Poi il filamento passava nelle mani dei Cocitori, i quali avevano il compito di bollirlo per sbiancare la seta e togliere la materia viscosa – la saracina –, predisponendo così la materia prima alla terza fase: la tintura . L’ultima fase, la tessitura, passava nelle mani dei Tessitori di Seta che con i loro telai e la loro fantasia nell’esecuzione dei disegni produssero stoffe e drappi preziosi che resero Venezia eccelsa nella produzione e nel mercato dei tessuti di lusso in tutta Europa. Nel 1810 a seguito delle leggi napoleoniche il convento dei Francescani fu soppresso e cinque anni dopo, per il volere delle autorità, furono prelevate e portate alle Gallerie dell’Accademia le opere pittoriche più significative:
Pala
La Pala di San Giobbe di Giovanni Bellini
Annunciazione


L'Annunciazione del Vivarini
la Presentazione di Gesù al tempio di Vittore Carpaccio, L’Orazione di Gesù nell’orto di Marco Basaiti.


chiostro

Furono demoliti i due chiostri, di cui oggi non rimane che un’unica parete con il portico che si affaccia sul piccolo campo con un pozzo centrale.
Al posto degli edifici abbattuti fu realizzato un Orto Botanico.

L’ORTO BOTANICO
L’Orto Botanico di San Giobbe nasce per effetto di una legge, datata 1810, del primo governo del Regno d’Italia in cui si imponeva ai Licei del Veneto l’insegnamento della botanica. La scelta del luogo avveniva nello stesso anno dell’abbattimento dei due chiostri del convento di San Giobbe e già nel 1811 cominciarono i lavori per la costruzione dell’Orto su progetto di Francesco Duprè, che occupava la cattedra di botanica presso il Liceo Convitto di Santa Caterina. Nel 1815 l’orto era già pronto per le attività scolastiche, con più di 200 piante pronte per essere studiate dagli studenti. Negli anni successivi, grazie alla sapienza dei giardinieri che si sono succeduti, l’orto divenne uno dei più importanti d’Italia con specie rare e piante esotiche non ritrovabili negli altri orti botanici presenti nel suolo italiano – nel 1847 si contavano più di 5000 piante –, l’orto di San Giobbe raggiunse così una tal fama che il Governo Italiano concesse il titolo di Imperiale Regio Orto Botanico. Nel 1887 divenuto proprietario il principe Giuseppe Giovannelli – già Podestà di Venezia negli anni 1868-1870 –, non curandosi dell’importanza dell’orto vende l’area ad una società prussiana che l’adibì per la costruzione di un silurificio.
In seguito l’area venne impiegata per installare i trasformatori dell’ENEL – allora CELLINA – che rifornivano la città della corrente elettrica. Attualmente è prevista la costruzione di un centro abitativo.
 
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