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La Basilica di San Marco a Venezia è il più noto esempio di architettura bizantina in Italia. Si affaccia su Piazza San Marco ed è adiacente e collegata al Palazzo Ducale. Inoltre è la sede del patriarca di Venezia dal 1807 e contiene le spoglie di San Marco Evangelista. Storia: La prima Chiesa dedicata a San Marco fu costruita accanto a Palazzo Ducale nell'828 quando i mercanti veneziani acquisirono le reliquie di San Marco Evangelista ad Alessandria d'Egitto, in sostituzione della precedente cappella palatina dedicata al santo bizantino Teodoro (il cui nome era pronunciato dai veneziani Todaro). zbr> La primitiva chiesa di San Marco venne poco dopo sostituita da una nuova, sita nel luogo attuale e costruita nell'832, che fu però distrutta dalle fiamme durante una rivolta nel 976 e fu, quindi, nuovamente edificata nel 978. La basilica attuale risale a un’ulteriore ricostruzione iniziata dal doge Domenico Contarini nel 1063, che ricalcò abbastanza fedelmente le dimensioni e l'impianto dell'edificio precedente. Proprio per il collegamento con il palazzo ducale, la chiesa era retta dal doge e non dipendeva dal patriarca, che aveva la sua cattedra presso la chiesa di San Pietro. Solo dal 1807 San Marco divenne ufficialmente cattedrale. Il bottino del sacco di Costantinopoli nel corso della Quarta Crociata (1204) arricchì il tesoro della basilica e fornì arredi di grande prestigio. Tra queste opere d'arte la più celebre è rappresentata dai famosi cavalli di bronzo dorato e argentato (di incerta origine) ma che furono presi dai Veneziani dall'Ippodromo della capitale dell'Impero Romano d'Oriente e posti sopra il portale della basilica. ![]() I cavalli arrivarono a Venezia con le teste staccate dai corpi per facilitarne il trasporto; poi risistemate in modo arbitrario utilizzando il collare per mascherare le saldature. In verità sono costituiti da un rame quasi puro, molto più difficile da fondere di un normale bronzo ma migliore per la doratura. Con la firma del trattato di Campo Formio il 17 ottobre 1797, Napoleone, che aveva in precedenza occupato la città decretando la fine della Serenissima. Egli cedette i territori della ex Repubblica all'Austria. I francesi prima di lasciare la città si impossessarono di innumerevoli tesori, tra cui i celebri cavalli, recuperati poi dalla città nel 1815. Nel fianco destro si trovano due pilastri finemente lavorati provenienti dalla basilica di San Polieucto. Arrivarono alla basilica anche preziosi materiali di spoglio (marmi, colonne e statue) nello stesso periodo vennero rialzate le cupole con tecniche di costruzione bizantine e fatimide, in modo che fossero visibili dalla piazza. Entro la prima metà del Duecento venne ampliato il corpo di fabbrica antistante la piazza creando un vestibolo (il nartece) che abbraccia tutto il lato occidentale e creando le condizioni per la realizzazione di una facciata (prima di allora l'esterno era con mattoni a vista, come nella basilica di Murano). La piazza porticata di San Marco venne disegnata nel XII secolo in analogia con Costantinopoli, dove il Palazzo Imperiale si trovava collegato alla grande basilica di Hagia Sophia ed a un vasto spazio pubblico (l'Ippodromo). L'attuale aspetto della basilica poté dirsi conclusa solo nel XIV secolo, ma nonostante ciò costituisce un insieme unitario e coerente tra le varie esperienze artistiche a cui è stata soggetta nel corso dei secoli. Architettura. Esterno: Dall'esterno, diviso in tre differenti registri - piano inferiore, terrazza, cupole- prevale la larghezza poiché, in una città come Venezia che appoggia sulla sabbia, si tendeva a realizzare gli edifici in orizzontale per distribuire il peso in maniera più equilibrata. La facciata marmorea risale al XIII secolo e vi furono inseriti bassorilievi ed una grande quantità di materiale di spoglio eterogeneo. Ciò diede la caratteristica policromia, che si combina con i complessi effetti di chiaroscuro dovuti alle multiformi aperture ed al gioco dei volumi. Le due porte di ingresso alle estremità vennero realizzate con timpani ad arco inflesso, di chiara ispirazione araba, forse un riferimento ad Alessandria d'Egitto dove avvenne il martirio di San Marco. La celebre quadriga bronzea al centro della balconata, chiaro richiamo agli archi trionfali, oggi è conservata nel museo della Basilica e sostituita da una copia. Sono antichi anche il gruppo in porfido dei Tetrarchi (fine del III secolo 130 cm circa) e il rilievo di Ercole che cattura il cinghiale Erimanto. La lunetta del portale centrale è decorata secondo l'usanza tipicamente occidentale in epoca romanica, con un Giudizio universale, incorniciato da tre archi scolpiti di diverse dimensioni, che riportano una serie di Profeti, di Virtù sacre e civili, di Allegorie dei mesi, dei Mestieri e di altre scene simboliche con animali e putti (1215-1245 circa). Questi rilievi mescolano suggestioni orientali e del romanico padano (quali le opere di Wiligelmo), ma vennero realizzati da maestranze locali. Le porte bronzee risalgono e furono fuse in epoche diverse: a sud la Porta di San Clemente è bizantina e risale all'XI secolo; quella centrale, di produzione incerta, è del XII secolo; le porte secondarie sono più tarde e sono decorate secondo un gusto antichizzante. Interno: La pianta della basilica è a croce greca con cinque cupole distribuite al centro e lungo gli assi della croce e raccordate da arconi (presenti per esempio nella chiesa dei Santi Apostoli dell'epoca di Giustiniano). Le navate, tre per braccio, sono divise da colonnati che confluiscono verso i massicci pilastri che sostengono le cupole; essi non sono realizzati come blocco unico di muratura ma articolati a loro volta come il modulo principale: quattro supporti ai vertici di un quadrato, settori di raccordo voltati e parte centrale con cupoletta. Le pareti esterne e interne sono invece sottili, per alleggerire il peso dell'edificio sul delicato suolo veneziano, e sembrano quasi diaframmi tesi tra pilastro e pilastro, a reggere la balaustra dei matronei, ma non hanno una funzione di sostegno ma solo di tamponamento. Elementi di origine occidentale sono la cripta, che interrompe la ripetitività di una delle cinque unità spaziali, e la collocazione dell'altare, non al centro della struttura (come nei martyrion bizantini), ma nella zona absidale est. Per questo i bracci non sono identici, ma sull'asse est-ovest hanno la navata centrale più ampia, creando così un asse longitudinale principale che convoglia lo sguardo verso l'altare. Le navate laterali avevano anticamente delle gallerie con pavimenti lignei che le coprivano, secondo i modelli tipicamente orientali, che vennero ridotte a strettissimi passaggi balaustrati per permettere di ammirare i mosaici delle volte anche dal basso. Il gruppo di colonne istoriate che reggono il ciborio sull'altar maggiore, riproducono modelli paleocristiani, con citazioni anche ricalcate, sebbene magari ricontestualizzate o anche fraintese. Questo revival appositamente ricreato è da inquadrare nel desiderio di Venezia di riallacciarsi con l'epoca di Costantino assumendosi l'eredità dell'Imperi christiani dopo aver conquistato Costantinopoli. I mosaici. La Cupola della Genesi: ![]() La decorazione musiva della basilica copre un arco di tempo molto ampio e non è dettata da un programma iconografico coerentemente unitario. I mosaici più antichi sono quelli dell'abside (Cristo pantocratore, rifatto però nel XVI secolo, e figure di santi e apostoli) e dell'ingresso, realizzati alla fine dell'XI secolo da artisti greci, affini ai mosaici, per esempio, nel duomo di Ravenna o nella chiesa di San Giusto di Trieste. I restanti vennero aggiunti a partire dalla seconda metà del XII secolo da artisti veneziani. In linea di massima l'atrio presenta Storie dell'Antico testamento e le tre cupole sull'asse longitudinale presentano apoteosi divine e cristologiche, mentre gli arconi relativi presentano episodi dei Vangeli. La Cupola della Pentecoste venne realizzata entro la fine del XII secolo, forse riproducendo le miniature bizantine di un manoscritto della corte bizantina; la cupola centrale è detta dell'Ascensione, mentre quella sopra l'altare maggiore dell'Emanuele, e furono decorate dopo quella della Pentecoste. Successivamente ci si dedicò alll'istoriazione della Cupoletta della Genesi (1220-1240 circa), seguendo fedelmente le illustrazioni della Bibbia Cotton (un altro revival paleocristiano). Il transetto nord, realizzato in seguito, ha la cupola dedicata a San Giovanni e Storie della Vergine negli arconi. Quello sud è decorato nella cupola da Fatti della vita di San Marco e negli arconi da figure di santi. In queste opere e in quelle coeve della tribuna gli artisti veneziani introdussero sempre maggiori elementi occidentali, derivati dall'arte romanica e gotica. Più tardi sono i mosaici delle cupolette di Giuseppe e di Mosè, nel lato nord dell'atrio, probabilmente della seconda metà del XIII secolo, dove si cercano effetti grandiosi con una riduzione delle scenografie architettoniche in funzione della narrazione. Le ultime decorazioni musive sono quelle della Cupoletta Zen (angolo sud dell'atrio), dove avrebbe operato di nuovo un maestro greco di notevole perizia. Iconografia. Il complesso musivo della basilica di San Marco si snoda attorno ad alcuni temi iconografici. Sebbene ne siano state fatte letture diverse, ci troviamo di fronte ad uno schema teologico che ha guidato la distribuzione dei mosaici all'esterno e all'interno dell'intero edificio. Le ipotesi più accreditate, riguardanti un possibile autore del piano programmatico, conducono ad un teologo che ha operato a San Marco, forse Jacobo Venetico greco, studioso di Aristotele. E' necessario però ammettere la presenza di altri iconografi successivi: uno per l'atrio, un altro per le storie esterne di San Marco, un terzo per il battistero, un quarto per la cappella di Sant'Isidoro, un quinto per quella dei Mascoli ed un sesto per il complesso della sacrestia. Il manto musivo della basilica di San Marco, esteso per oltre 8000 metri quadrati, illustra in gran parte temi biblici: l'Antico Testamento, nell'atrio; il Nuovo Testamento, all'interno della Chiesa. Nell'atrio si snodano i fatti narrati nel Pentateuco, denominazione data alla prima parte della Bibbia, attribuita a Mosè e suddivisa in cinque libri. Si inizia con la cupoletta, in cui è raffigurata la creazione del mondo (l'Esamerone) e la storia dei protoparenti, uno dei capolavori dell'arte mondiale raffigurante le opere divine nei 6 giorni della creazione. Seguono le storie di Caino e Abele, di Noè, del diluvio, della torre di Babele, e poi di Abramo e quelle di Giuseppe, le quali occupano tre cupolette del braccio settentrionale, per finire con i fatti principali di Mosè fino al passaggio del Mar Rosso. L'esecuzione di questo ciclo di mosaici ha inizio nei primi decenni del XIII secolo, forse nel 1230, e termina nel 1275. Questa serie si ispira quasi alla lettera alle miniature della "Bibbia Cotton", forse del V secolo, di cui esistono alcuni frammenti al British Museum: è un testo biblico di ambiente egiziano (o più precisamente alessandrino) tardo-antico. Gli episodi del Nuovo Testamento nell'interno sono incentrati su fatti della vita di Cristo narrati nei Vangeli, negli Atti degli apostoli e nell'Apocalisse. In funzione di cerniera tra i due Testamenti vanno visti i mosaici sulla vita della Vergine, collocati alle ali estreme del transetto, ispirati in parte all'apocrifo protovangelo di San Giacomo e d'ispirazione bizantina. Mentre quelli della cappella dei Mascoli (primo 400), di natura esclusivamente mariana, si possono ritenere un ciclo a sé stante, riportabile a forme specifiche di devozione alla Madonna. La Basilica presenta anche una vasta serie di mosaici agiografici, che trattano della vita dei santi, riguardanti in particolare: - l'evangelista san Marco nelle due cantorie, nella parete ovest del transetto sud, sulla volta della Cappella Zen, oltre che in facciata; - gli apostoli, sulle due vaste tribune di sinistra e di destra a lato della cupola della Pentecoste; - Sant'Isidoro con i mosaici della cappella omonima, un santo collegato alle fortune militari e politiche conseguenti alle crociate; - San Leonardo, il popolare santo di Provenza, con una cappella a lui dedicata dove si narrano le principali sequenze biografiche. Se ne mettono comunque in rilievo gli aspetti nobiliari: la cappella entra, infatti, nell'area di uso strettamente dogale della basilica. - Le storie di San Pietro e San Clemente papa, sul lato inferiore della tribuna di sinistra e di destra, a fianco del presbiterio. La presenza di San Clemente va forse riferita all'importanza del culto del santo, collegato già in Alessandria a quello di san Marco a cui era devota la gente di mare. Tanto nell'atrio quanto all'interno della Basilica, ma qui con maggiore evidenza, il manto musivo può venir letto anche lungo itinerari verticali dall'alto in basso. Di norma, la parte superiore è occupata da episodi del Nuovo Testamento; quella mediana da figure isolate di profeti in funzione interpretativa dei primi, secondo le leggi usuali della critica medievale, che ravvisano nel Nuovo Testamento la verifica dell'annuncio proclamato nell'Antico Testamento dai profeti, dalla loro vita o dalle loro parole. Il registro inferiore della fascia concerne i santi del pantheon locale, indigeni e patroni, secondo l'uso bizantino, a questi si aggiungono i santi esteri con i quali vigono vincoli di pietà o onorati in paesi con cui la Repubblica intrattiene rapporti commerciali. Pietre e marmi. Gli elementi marmorei sono un aspetto estremamente interessante nell'ambito della decorazione della basilica sia che riguardino i rivestimenti che gli arredi liturgici. La maggior parte di questi pezzi è materiale di reimpiego e proviene per lo più da edifici di Costantinopoli o da regioni ad essa collegate. L'importazione a Venezia di questi manufatti è documentata a partire dal lX secolo, ma è in seguito alle vicende della Crociata del 1204 che l'afflusso dei marmi si fa più massiccio. Nel programma della decorazione di San Marco viene seguito il criterio tardoantico, che tiene conto, per i materiali marmorei, anche delle loro caratteristiche di colore e composizione, utilizzati in funzione simbolica. I marmi sono usati per sottolineare determinate funzioni o l'importanza di certi spazi, seguendo una prassi che dalla tarda antichità sopravvive nella tradizione simbolico-decorativa dell'impero bizantino e in parte anche nel Medioevo occidentale. La pietra più preziosa è il porfido rosso, legato alla simbologia imperiale dall'età tardoantica, associato alla porpora, sostanza e colore simbolo di regalità e divinità. All'epoca in cui i Veneziani costruiscono San Marco, la porpora, e di conseguenza il porfido, sono legati a una forte simbologia imperiale e divina propria dell'Impero bizantino: trovarsi di fronte a un manufatto di porfido significa avere un oggetto legato a una committenza imperiale. In San Marco l'uso del porfido è legato a quelle sistemazioni che servono a sottolineare la grandezza politica e la gloria di Venezia, senza alcuna implicazione religiosa: il gruppo dei Tetrarchi nell'angolo del Tesoro a evidenziare l'ingresso verso il palazzo ducale, le colonne poste come decorazione della porta centrale della facciata ovest della basilica quasi come un arco trionfale, o agli angoli della facciata stessa, come a delimitare uno spazio regale. All'interno della basilica gli unici elementi in porfido si trovano nel cosiddetto "ambone" meridionale, in origine la tribuna del doge, altro simbolo di potere. A volte, in mancanza di porfido, è stato utilizzato il marmo iassense, di colore rosso scuro venato di bianco, in particolar modo per i rivestimenti parietali, solo con intenti decorativi. Un altro marmo prezioso con macchie violacee o rossastre, il marmo docimio o pavonazzetto è presente sempre in posizione privilegiata, come le colonne poste nell' abside. Secondo la gerarchia dei marmi imperiali, dopo il porfido seguono i marmi verdi (come il serpentino, usato in San Marco per piccoli oggetti o il verde di Tessaglia), poi il bianco e nero di Aquitania. Il verde di Tessaglia e bianco-nero di Aquitania sono usati in ambito imperiale per sarcofagi e lastre di rivestimento. In San Marco la breccia di Aquitania è presente sotto forma di fusti di colonna, a decorare le porte del nartece o il portale principale della facciata ovest o quello della facciata meridionale; la breccia verde di Tessaglia, più diffusa, è usata, oltre che per fusti di colonna, anche per lastre di rivestimento, elementi di arredo liturgico, come l'ambone settentrionale, utilizzato per le letture liturgiche, e il ciborio dell'altare; è poi presente una mensa d'altare in verde di Tessaglia come rivestimento parietale della facciata settentrionale e una lastra, forse di sarcofago, sempre nello stesso marmo, e inserita nel muro del Tesoro. Infine i marmi venati vengono usati in funzione decorativa sfruttando la disposizione delle venature stesse: ad esempio le colonne in proconnesio, marmo bianco con venature grigiastre, sono disposte in modo da rispettare corrispondenza e simmetria in base alla disposizione orizzontale delle venature. Per quanto riguarda i rivestimenti parietali, le lastre sono tagliate in modo tale che le venature formino decorazioni geometriche. Esempi chiari si notano nel rivestimento interno dove le venature delle lastre formano ampie fasce a "zig-zag" o losanghe disposte in senso verticale od orizzontale. La Pala d'oro. ![]() Il gioiello più prezioso e più raffinato, espressione del genio di Bisanzio e del culto della luce, intesa come elevazione dell'uomo verso Dio, è da tutti considerato la pala d' oro posta sull'altare maggiore della basilica marciana, che glorifica l'evangelista e ne racchiude le reliquie. Il termine Pala discende dal latino palla, cioè stoffa, ornata a volte con immagini di santi, per l'uso liturgico di coprire l'altare o abbellirne lo sfondo. Dalla stoffa si passa all'oro o all'argento, da cui il nome di pala d'oro o d'argento, frequente almeno nelle chiese delle lagune venete. Di queste la più famosa è proprio la pala d'oro di San Marco, ordinata dal doge Ordelaffo Falier nel 1102 e finita nel 1105 a Costantinopoli. E' composta di 2 parti: la pala d'oro vera e propria e il contenitore ligneo, che la riveste posteriormente. Fin dalle origini viene aperta solo nelle feste liturgiche della Basilica, così come avviene anche oggi. Negli altri giorni resta chiusa e ricoperta da una pala detta "feriale", una tavola lignea dipinta. La più antica viene eseguita da Paolo Veneziano e figli nel 1343-1345 con storie di San Marco e santi, ora conservata nel Museo della Basilica. L'attuale, lavorata nella prima metà del Quattrocento da un maestro tardogotico, si può contemplare sul lato posteriore della pala. Al centro della preziosa pala domina la maestosa figura del Cristo benedicente, circondato dagli Evangelisti, che tiene il libro aperto, dove le parole del libro sacro vengono sostituite da gemme a sottolineare la preziosità del suo verbo. Al di sotto del Cristo, si trova la Vergine Maria orante, e ai suoi lati il doge Ordelaffo Falier e l'imperatrice Irene. Sopra il Cristo è raffigurata l'etimasia, la preparazione del trono del Giudizio Finale, per la seconda venuta di Dio in terra, tra due cherubini e due arcangeli. Più sopra la Crocifissione. Ai lati sono disposti, in tre registri sovrapposti, i dodici profeti, dodici apostoli, dodici arcangeli. Allineate superiormente si trovano quasi tutte le feste della Chiesa bizantina, da sinistra: l'annunciazione, la natività, la presentazione al tempio, il battesimo di Gesù, l'ultima cena, la crocifissione, la discesa al Limbo, la resurrezione, l'incredulità di Tommaso, l'ascensione, la pentecoste. Ai lati, in posizione verticale, in dieci piccoli riquadri, a sinistra i fatti salienti della vita di San Marco, e, a destra, gli episodi relativi al suo martirio ad Alessandria d'Egitto e al trasferimento del suo corpo a Venezia. Il grande fregio superiore, proveniente da una delle tre chiese del monastero del Pantocrator a Costantinopoli, raffigura l'arcangelo Michele al centro e sei formelle con l'Ingresso di Cristo in Gerusalemme, la Discesa al Limbo, la Crocifissione, l'Ascensione, la Pentecoste e la Morte della Vergine (o Dormitio Virginis). Numerosi tondi smaltati di varie dimensioni, raffiguranti i santi venerati dai Veneziani, completano il quadro d'altare. Per la storia di questa preziosa tavola vanno individuate tre fasi: - La parte inferiore risale al periodo del doge Ordelaffo Falier (1102-1118). Dello stesso periodo è la disposizione degli smalti, sia sulle cornici laterali, con le storie di San Marco, sia sulla cornice superiore con i sei diaconi e le feste cristologiche del calendario liturgico, nonché del gruppo centrale del Pantocrator. - Alla seconda fase va assegnata la parte superiore della pala, con la serie delle sei feste bizantine e l'arcangelo Michele al centro, forse recate a Venezia da Costantinopoli dopo il 1204. - Il terzo intervento si è verificato tra il 1343-1345 affidando, su volere del doge Dandolo, a due orefici veneziani il compito di inquadrare il complesso entro cornici ad arco romanico (parte superiore) o arco gotico (parte inferiore), distribuendo dovunque le 1927 pietre preziose e gemme. La Cappella musicale di San Marco. La Cappella musicale di San Marco nasce agli inizi del XIV secolo e da subito diventa il centro della vita musicale veneziana nella quale si sviluppano stili e modi di pensare la musica adatti alla magnificenza della Basilica. Nella seconda metà del '500, si sviluppa all'interno della Cappella un nuovo pensiero musicale che la pone improvvisamente al centro dell'attenzione europea e che porta ad una generale e radicale cambiamento del pensiero musicale. Nel periodo in cui partecipano attivamente alla vita della Cappella i più grandi compositori del momento (Adrian Willaert, Claudio Merulo, Andrea e Giovanni Gabrieli, Claudio Monteverdi) nascono i "cori spezzati", le sonate ad eco e, soprattutto, si definisce un nuovo modo di relazionare musica e parola e, con l'aiuto di nuove tecniche strumentali, si evolve una nuova concezione del suono. La storia della civiltà musicale veneziana corre parallela alla storia della cappella musicale di San Marco e alla vita culturale che in essa si sviluppa. Dopo la consacrazione della basilica, nel 1094, la prima notizia significativa in ambito musicale è datata 8 giugno 1316, anno di stesura di un documento in cui si legge: "Desemo a Maestro Zucchetto ducati 10 per conzamento degl'organi grandi de San Marco li quali era vastadi". Questa data segna l'inizio della "prima epoca" musicale della basilica contraddistinta dalla presenza di quattordici organisti. Nel 1489 Fra Urbano colloca l'organo di sinistra, detto primo organo, e Francesco Dana lo inaugura il 20 agosto 1490. Questo breve periodo, considerato comunemente "seconda epoca", è caratterizzato dalla presenza contemporanea di due organisti, a cui, nel 1491 si aggiunge l'importante figura del Maestro di Cappella, il fiammingo Pietro de Fossis, che ha anche il compito di istruire i cantori. E' l'inizio della cosiddetta "terza epoca. La Cappella di San Marco, su volontà del governo veneziano con decreto dei "pregadi" del 18 giugno 1403, è anche scuola musicale. Inizialmente vengono ammessi "otto putti veneti diaconi" per imparare "a cantar bene" con il dono di un ducato al mese. Con la morte del maestro fiammingo avvenuta nel 1527 l'onere di istruire i cantori passa al suo successore Adriano Willaert, che se ne occupa personalmente fino al 1562. Il luogo assegnato alla scuola è la cappella di San Teodoro. Una seconda scuola di canto viene istituita nel 1577 al servizio della chiesa, presso il Seminario di San Marco. Aperta nel 1580 la sua sede è il palazzo del Primicerio. Nel 1591 il seminario ducale venne trasferito in Sant'Antonio di Castello nella fabbrica detta Spedale di Messer Gesù Cristo. Nel frattempo Baldassare Donato, già maestro di canto, viene nominato Maestro di Cappella in San Marco. Il Donato, nelle clausole riguardanti la sua elezione, ha l'obbligo di insegnare ai chierici del seminario il canto figurato, il canto fermo e il contrappunto. Le due scuole sono molto attive e contano ottimi allievi. L'una per gli "zaghi di chiesa" e l'altra per gli "allievi del seminario ducale" formano cantori, suonatori e compositori, ambiti da tutto il mondo musicale del tempo. I più famosi allievi di Adriano Willaert non sono veneziani: Cipriano de Rore è fiammingo, Gioseffo Zarlino chioggiotto, Costanzo Porta di Cremona, Claudio Merulo di Correggio, Francesco della Viola di Ferrara e Andrea Vicentino di Vicenza. Due geniali compositori, veneziani di nascita: Baldassare Donato e Andrea Gabrieli, si pongono a capo della nuova "Scuola veneziana" e seguono un indirizzo fortemente innovativo. Zarlino, che non vede favorevolmente la sua didattica, opera in modo da sciogliere la Cappella piccola, nella quale proprio Donato porta avanti le nuove idee musicali. Il conflitto tra il Maestro di Cappella Zarlino e Donato scoppia clamorosamente e pubblicamente nella sagra di San Marco, solenne giornata di festività, con la dimostrazione dei cantori e la loro ribellione alle disposizioni superiori. La vivace opposizione di Baldassare Donato prosegue con l'attività di un suo epigono, Giovanni Croce, da lui stesso istruito al canto e alla composizione. L'opera crociana si sviluppa sotto l'impronta del maestro soprattutto nella scrittura madrigalistica, mottettistica e per doppio coro. A otto anni nel 1565 viene presentato come contralto per essere accolto nella Cappella marciana, allora sotto lo Zarlino. In qualità di cantore usufruisce dell'insegnamento della musica dato ai ragazzi nella Cappella piccola di Donato. All'età di dodici anni assiste al citato incidente tra il suo maestro e Zarlino. Nel 1594 viene nominato vice maestro su suggerimento del Donato, passato intanto a condurre la Cappella dopo la morte dello Zarlino. Il Doge Marino Grimani, alla scomparsa di Donato, vuole un successore energico e severo, che sarà individuato proprio nella persona del Croce. L'altro caposcuola, Andrea Gabrieli, opera col Donato in favore di un'evoluzione del pensiero musicale. Il Gabrieli tiene lezioni di organo e di composizione a San Geremia. In seguito con la nomina in San Marco si stabilisce a San Samuele, dove continua l'importante attività didattica. Per una curiosa coincidenza i tre musicisti, che operano sulla scia di Donato e di Andrea Gabrieli, si chiamano tutti e tre Giovanni: Croce, Bassano e Gabrieli. La vitalità della corrente che questi tre musicisti rappresentano opera una serie di pressioni sull'ambiente veneziano, tanto che costringono Cipriano de Rore, il nuovo maestro fiammingo eletto nella basilica di San Marco, a lasciare l'incarico ed a passare al servizio di Ottavio Farnese, duca di Parma e di Piacenza. La stessa situazione si verifica con Claudio Merulo, che nel 1584 deve trasferirsi a Parma con la famiglia. Zarlino, comunque, rimane una figura carismatica dell'ambiente musicale veneziano, che rappresenta con grande autorità sia ufficialmente sia nella sua attività di compositore e di teorico. La "quarta epoca" musicale della basilica, caratterizzata da un Maestro, un Vice Maestro e due organisti, raggiunge il suo massimo splendore con Claudio Monteverdi, che abbandona la corte mantovana per sostituire Giulio Cesare Martinengo nel 1613. In San Marco egli si adopera attivamente per migliorare l'attività della Cappella, e molto scrive appositamente per essa, senza per questo rinunciare a commissioni fatte da altri centri musicali veneziani. I successori di Monteverdi svilupparono le sue intuizioni e tutto il XVII secolo si svolse avendo il musicista cremonese come punto di riferimento irrinunciabile. La "quinta epoca" caratterizzata da una forte presenza strumentale all'interno della basilica si apre con il nuovo secolo. Principali operatori sono Antonio Lotti e Antonio Biffi, ma compositori del calibro di Benedetto Marcello e soprattutto di Antonio Vivaldi non sono lontani e fanno sentire la loro importante influenza. Caratteristica dei musicisti della cappella sarà sempre più la sperimentazione di nuovi ambiti sonori in anticipo sui tempi. Il secolo si conclude sotto la guida di un maestro e compositore di grande fama Baldassarre Galuppi detto "il buranello". La caduta della Serenissima, nel 1797, vede un forte ridimensionamento dell'importanza della Cappella. Pur rimanendo una vivacissima compagine, caratterizzata sempre da una produzione instancabile di nuove musiche, la Marciana diventa cappella patriarcale e la nuova gestione curiale non sempre si dimostra generosa nei confronti di questa antica e gloriosa istituzione. Il XIX trascorre tra restrizioni di ogni tipo. L'orchestra si riduce gradualmente fino a scomparire alla fine del secolo e la cappella viene privata delle voci acute. Con Antonio Buzzolla, attivo in basilica dal 1850 al 1870, inizia la "sesta epoca" caratterizzata da un desiderio di ritorno al passato e da un graduale ma inesorabile rifiorire della musica a cappella accompagnata dal solo organo. Nel 1890 viene aggiunta una formazione di voci bianche che permette l'esecuzione delle antiche musiche cinquecentesche. Anche qui, come in tutta Europa, viene riscoperto il fascino del gregoriano, e i nuovi compositori, primo fra tutti il giovane Lorenzo Perosi, attivo a S. Marco dal 1894 al 1898, propongono un nuovo modo di scrivere musica, più austero e più vicino all'antico patrimonio monodico cristiano. La particolare posizione geopolitica di Venezia, la continua serie di scambi con le varie culture europee e mediterranee, ha reso la Cappella di San Marco un punto di riferimento universalmente riconosciuto per un lungo lasso di tempo, il che contribuì indiscutibilmente a rendere la Serenissima una delle capitali mondiali della musica. Dalla seconda metà del '500 fino a buona parte del '700 Venezia fu una capitale della musica se non "la Capitale". Ma la funzione propositrice di idee sempre nuove, rimarrà anche in seguito una costante della Cappella Marciana. Questa singolare formazione è una delle poche rimaste in Italia ad eseguire regolarmente polifonia di pregio durante l'ufficio liturgico, in continuità con la propria tradizione. Da secoli essa presenzia regolarmente alle più importanti funzioni della Basilica senza soluzione di continuità e questo patrimonio culturale, questo modus cantandi si perpetua in uno stile inconfondibile che si alimenta continuamente sotto le volte di San Marco alla fonte del carisma dell'Evangelista artista. La Cappella Marciana è uno dei simboli viventi della tradizione musicale occidentale. Consci di questo, i suoi maestri, a partire dal XIX secolo, hanno iniziato un'opera di recupero del patrimonio più antico, nato anche all'interno di essa, con l'intento di restituire a mantenere vivo l'enorme bagaglio che ci consegna il passato. Chi frequenta la Basilica oggi, può ascoltare musica scritta a partire da otto secoli fa fino ad arrivare a quella di poche settimane di vita. Cori e strumenti della Cappella musicale marciana. Nella prima metà del XVI secolo, in basilica, durante le feste solenni vengono utilizzati, oltre all'organo, anche altri strumenti. Questi, però, non hanno un ruolo stabile nelle funzioni liturgiche, ma vengono impiegati solo in particolari occasioni. Hanno un posto fisso ed ufficiale nella cappella solo a partire dalla seconda metà del '500. Negli ultimi decenni del secolo è ampiamente certificata la partecipazione degli strumenti alla musica liturgica, ed è altresì copiosamente documentata la predilezione da parte della basilica di San Marco per i gruppi strumentali a fiato . A Venezia alla fine del '400 e all'inizio del '500 i cantori sono anche sonatori e quindi, se necessario, invece di eseguire vocalmente la parte possono allo stesso modo suonarla. Giovanni Gabrieli nelle spiegazioni premesse ai suoi "Concerti" del 1587 scrive di "Musiche proportionate a voci, et Stromenti, come oggidì s'usa nelle principali Chiese de Principi et nelle Academie Illustri", da cui è lecito dedurre che l'uso degli strumenti nel servizio liturgico rappresenti una novità limitata alle chiese più importanti. Nei documenti non si accenna mai ad una esecuzione puramente strumentale, anzi tutti gli elementi fanno pensare ad un impiego degli strumenti a sostegno delle voci. Nelle processioni l'organo non può naturalmente essere impiegato e di conseguenza ciò favorisce l'esecuzione del complesso strumentale. La partecipazione degli strumenti a fiato in tali occasioni non è documentata negli atti dei registri di San Marco, in quanto i contratti spesso vengono stipulati oralmente. Nelle musiche religiose all'aperto le esecuzioni sono sempre miste, vocali e strumentali, ed è quindi da escludere l'uso di forme musicali solo per strumenti, tipo i ricercari e quelle relative ad essi. I ricercari, come la canzon da sonare e i capricci, sono forme essenzialmente cameristiche, rivolte ad un pubblico ristretto. La loro natura deriva dal piacere stesso degli esecutori. In seguito si passa, come si dice comunemente, "dalla camera alla chiesa" quindi ad un ambiente più vasto e spazioso e le nuove composizioni risentono del cambio d'interlocutore. In San Marco si sperimentano le molteplici combinazioni strumentali, gli effetti sonori e le grandi architetture formali. Potenti strumenti a fiato sono selezionati in diversi gruppi di quattro o cinque parti e spesso vengono contrapposti tra di loro. Gli insiemi dialogano, si fondono, si contrastano in differenziate combinazioni. A volte le parti raggiungono raggruppamenti molto numerosi. In qualche occasione vengono introdotti anche strumenti ad arco, sia pure in numero assai limitato e raramente anche i liuti. S'intensificano gli urti e si accrescono le opposizioni dei cori per ottenere un gioco coloristico proiettato verso il massimo splendore. La scelta degli strumenti e delle voci dipende dalla tipologia dei brani da eseguire. Non solo vengono mescolati gruppi vocali e gruppi strumentali, ma addirittura si uniscono voci e strumenti all'interno dello stesso coro. Anche le "Symphonie Sacrae" di Giovanni Gabrieli del 1615 possono eseguirsi "tam vocibus quam instrumentis", ma qui gli strumenti non rinforzano le voci, bensì si inseriscono nel dialogo e svolgono in molti casi una parte autonoma. Gabrieli giunge ad una scrittura policorale senza pervenire ad una frattura con il passato, raggiungendo una nuova sensibilità vocale e strumentale, innestandosì vigorosamente sulle esperienze musicali passate e coeve. Non vi è rottura con la tradizione precedente, bensì introduzione di nuovi colori, timbri e multiple associazioni sonore. Grazie al suo apporto, il linguaggio strumentale si equipara in modo definitivo a quello vocale. Dopo di lui le composizioni strumentali vengono di regola pubblicate indipendentemente dalla produzione vocale e in numero sempre maggiore. Gli strumenti sostituiscono gradualmente le voci e, già alla fine del XVII secolo le forme totalmente strumentali abbondano in basilica. Le forme policorali sopravvivono a S. Marco e vengono alimentate da nuove realizzazioni fino alla caduta della Repubblica (1797). Una formazione strumentale attiva particolarmente a Palazzo Ducale, ma presente in basilica nelle occasioni più importanti, è attiva ed ha un suo "maestro dei concerti" già nel '500. Questa compagine diverrà sempre più una vera e propria orchestra interna alla Basilica che si manterrà molto attiva fino alla fine del XIX secolo. Il Campanile. ![]() Il campanile di San Marco è una poderosa torre a pianta quadrata, alta circa 99 metri compresa la cuspide di coronamento, anticamente faro dei naviganti, prototipo di tutti i campanili lagunari. Viene costruito per la prima volta nel XII secolo sul posto di una probabile torre di avvistamento e riedificato nella forma attuale ai primi del '500 con l'aggiunta di una cella campanaria con la cuspide rivestita in rame e sormontata da una specie di piattaforma girevole su cui viene posta la statua dell'Arcangelo Gabriele, con la funzione d'indicare la direzione dei venti. Delle cinque campane originali rimane solo la più grande. Le altre, oggi sostituite, furono distrutte nel crollo del campanile del 1902. Dalla loggia campanaria si può osservare lo stupendo panorama della città e della laguna dall'alto. Addossata alla base del campanile si trova la loggetta che Jacopo Sansovino costruisce tra il 1537 ed il 1549 ornandola di marmi e bronzi. Le Campane. Nel crollo del 14 luglio 1902, le 5 campane si spezzano. Vengono tutte rifuse e donate da Papa Pio X. Anche anticamente sono cinque ed ognuna è battezzata con un nome particolare: Marangona, è detta la campana maggiore, al cui suono le maestranze delle varie arti (marangoni) iniziano o cessano il lavoro. Questa da anche il primo avviso delle Riunioni del Maggior Consiglio, a cui seguono i rintocchi della Trottiera, così detta perchè al suo segnale i patrizi si affrettano a raggiungere Palazzo Ducale, mettendo "al trotto" i loro cavalli. Ci sono poi la Nona che batte il mezzogiorno e la Mezza Terza, che annuncia le riunioni del Senato; la Renghiera o Maleficio, è la più piccola e da il segnale di un'esecuzione capitale. La loggetta del Sansovino. ![]() La loggetta, ai piedi del Campanile, è l'edificio che più d'ogni altro condensa il carattere celebrativo della nuova sistemazione del centro di San Marco data da Jacopo Sansovino, proto della basilica. Costruita dal 1537 al 1549 su progetto del Sansovino, nel 1569 viene adibita a posto di guardia degli arsenalotti durante le sedute del Maggior Consiglio. Ricco prospetto a tre grandi arcate con colonne d'ordine composito, di ispirazione classica, ricolmo di ogni grazia decorativa, la loggetta è l'opera sansoviniana meno architettonica che, più di ogni altra, svolge quel carattere del fastoso e del pittoresco, confacente all'ambiente veneziano. Entro le quattro nicchie Sansovino colloca le statue in bronzo di Minerva, Apollo, Mercurio, la Pace. I rilievi in marmo, con figurazioni allegoriche, sono opere di seguaci e collaboratori del Sansovino: Venezia sotto forma di giustizia (al centro), l'Isola di Cipro (a destra), l'Isola di Candia (a sinistra). Nel 1663, trasformate le arcate laterali in portali, dinanzi all'originaria facciata viene aperto l'ampio terrazzo esterno a balaustra, chiuso più tardi con l'elegante cancello in bronzo di Antonio Gai (1735-37) a cui spettano anche i rilievi marmorei dei due Putti sulle ali esterne del prospetto. Nell'interno, entro la nicchia esistente era situato il bel gruppo in terracotta raffigurante la Vergine col putto e San Giovannino, opera del Sansovino, ora nel Museo Marciano. Nella ricostruzione della Loggetta, compiuta nel 1912 assieme al Campanile, viene usato quanto più possibile dell'originario materiale architettonico e decorativo, dando però maggior decoro di rivestimento marmoreo alle due facciatine laterali che, sin dal tempo del Sansovino, erano state mantenute in mattone. La Procuratoria di san Marco. L'antico nome di Procuratoria di San Marco è stato riconosciuto, con Regio Decreto del 9 luglio 1931, alla Fabbriceria della basilica cattedrale di San Marco, l'ente cui competono la tutela, la manutenzione e il restauro della basilica, del campanile e loro pertinenze. Infatti fino alla caduta della Repubblica di Venezia (1797) i procuratori di San Marco costituivano una delle più importanti magistrature dello Stato. I procuratori di San Marco si occupavano della amministrazione dei beni di proprietà della chiesa di San Marco e della tutela della chiesa stessa. L'attuale consiglio di Procuratoria è formato da sette procuratori, tra i quali viene scelto il presidente, chiamato primo procuratore. I procuratori scelgono un ingegnere o un architetto, detto proto di San Marco, cui è affidata la direzione dei servizi tecnici con mansioni di carattere specifico per la rispettosa conservazione degli edifici e delle loro singole parti attraverso l'impiego dei mezzi più idonei messi a disposizione dalla tecnica, in conformità alle esigenze del culto e alle disposizioni dell'autorità ecclesiastica. Il proto è coadiuvato per tutti i compiti e le attività dell'ufficio da altri professionisti: un ingegnere, due architetti, un geometra. Dalla direzione dei servizi tecnici dipendono lo Studio di mosaico, cui sono affidati la conservazione e il restauro del manto musivo mantenendo viva l'antica tradizione tipicamente marciana, e una équipe di operai restauratori per i lavori inerenti alla manutenzione degli immobili della fabbrica marciana e dei suoi beni mobili. La Procuratoria custodisce un archivio otto-novecentesco di documenti e fotografie ed è fornita di una biblioteca di interesse specificamente marciano. Dalla Procuratoria dipende pure tutto il personale amministrativo, di custodia e vigilanza. |
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