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Venezia, il suo stato,i suoi Dogi |
Nessuno ritengo possa sottrarsi all'ovvia considerazione che Venezia fu il più duraturo e antico Stato d'Europa e che le sue istituzioni, dal primo Doge, Paoluccio (Paulicio) Anafesto (697-717), ancora circonfuso dai vapori della leggenda o se si vuole, da un'incerta storia, sino all'ultimo Doge, Lodovico Manin (1789-1797), abbiano rappresentato una continuità che è impressionante in massimo grado. La storia veneziana, sia per quanto riguarda "el mar" che arrivava ad Antiochia e a Costantinopoli, "sia la tera" che dal Friuli scendeva fino all'Adda va, prima di tutto, collocata entro uno scenario che ha come suo centro la complessa rete di ordinamenti e di governi dotati di autentiche autonomie, che per alcuni secoli furono uniche in Europa. |
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Nel 1032 si eleggono per la prima volta due consiglieri ducali. Un atto questo che impediva la formazione di un governo monarchico e quindi limitava i poteri di una sovranità dittatoriale del doge. Dopo l'ultimo tentativo di una dinastia dogale (famiglia Michiel 1096-1172) la carica divenne una magistratura cittadina, soggetta a un maggior controllo. Nel 1143 si era già formato il Consilium Sapientium: un organo detto anche Consiglio dei Savi, composto da circa 35 membri. Tale organo, che deliberava sotto la presenza del doge, è il primo nucleo del successivo Maggior Consiglio. Dopo l'uccisione di Vitale II Michiel (1172) responsabile del fallimento nella guerra nell'Egeo, fu eletto l’uomo più ricco di Venezia, Sebastiano Ziani, usando per la prima volta una procedura indiretta con designazione da parte di undici elettori, embrione del complesso e ben noto metodo misto di elezione e sorteggio in uso poi negli ultimi secoli. Dal 1175 una lenta ma sicura evoluzione costituzionale mette sempre più in ombra sia i poteri dell'assemblea popolare (placitum), che quelli del Doge, a vantaggio del patriziato mercantile, il quale (a partire dal 1323) è in procinto di divenire il vero signore di Venezia. Viene creato il Maggior Consiglio, emanazione dell'elemento nobiliare, il quale sceglie i quaranta elettori del Doge. Quest'ultimo, lungi dall'avere il potere assoluto di un tempo, acquista sempre più la figura di primo magistrato, con prerogative i cui limiti sono fissati dalla promissio ducalis. Nel 1220 circa, compare nell’ordinamento veneziano un nuovo consiglio, quello della Quarantia, eletto analogamente al Consiglio dei Savi. In seguito i membri della Quarantia, i titolari delle singole magistrature e degli uffici furono assorbiti come membri di diritto nel Maggior Consiglio, la cui parte elettiva (Il Consiglio dei Savi) fu resa più numerosa. Come consiglio a sé la Quarantia svolse le sue funzioni nell'apparato giudiziario, sulla legislazione monetaria e in quella finanziaria. Nel 1268 viene messa a punto la procedura di elezione del doge da parte del Maggior Consiglio, con dieci passaggi alternativi di elezione e di sorteggio culminante nella designazione del doge. Fu usata per la prima volta per l’elezione di Lorenzo Tiepolo. Nel 1297 avviene la "serrata" del Maggior Consiglio. La riforma che ne segue regolamenta la partecipazione e ammissione al Maggior Consiglio solo alle famiglie che in precedenza vi appartenevano (almeno da quattro anni), bloccando così l'infiltrazione di nuovi ricchi borghesi che non appartenevano all'aristocrazia e da questa era guardata con un certo disprezzo. Fu inutile e finì nel sangue del patibolo messo in piazza San Marco la loro congiura nell'anno 1300. Nel 1310 altro tentativo di una congiura dei borghesi per rovesciare il potere dogale. L'appello rivolto al popolo dai congiurati rimase inascoltato e il tentativo di sovversione fu facilmente debellato e soffocato nel sangue. L'oligarchia dominante - dopo questi episodi- reagisce con il Consiglio dei Dieci, emanazione del Maggior Consiglio, che veglierà in futuro sulla sicurezza della Repubblica. (Un'altra congiura, fu ordita addirittura da un doge in carica, Marin Faliero, che fu decapitato nella piazzetta (1355). Gli esiti infelici di questi tentativi eversivi, sottolineano la differenza fra la situazione veneziana e quella di altre città italiane, dilaniate da lotte sociali e da scontri sanguinosi fra fazioni rivali (interne alla nobiltà o per l'ascesa di ceti inferiori) ma tutte destinate a fallire. Venezia insomma preferì usare il "pugno di ferro". Tutti i funzionari erano soggetti a controllo del proprio operato da parte degli Avocadori di comun, che potevano chiamare a giudizio, chiunque avesse commesso irregolarità o si fosse macchiato di infedeltà alla costituzione. Le funzioni di polizia erano demandate ai Signori della notte. Nel 1323 l’appartenenza al Maggior Consiglio divenne permanente ad accesso ereditario in via definitiva (morto il padre subentra il figlio o un parente). Cioè con un numero chiuso, chi era dentro era dentro e chi era fuori rimase fuori, fino al 1797 (salvo due "iniezioni" dopo il critico 1508 - quando 140 neo-ricchi - per lo più della terraferma -sempre snobbati- furono utili al vecchio patriziato al solo fine di riempire le casse vuote). Questo regime può dirsi a ragione aristocratico, anzi di èlite, e se vogliamo anche democratico ma dentro la stessa aristocrazia, poiché le cariche maggiori furono divise tra non più di cento famiglie di un certo lignaggio e con cospicue ricchezze, anche se erano 286 le famiglie patrizie, pari a circa di media 900 individui ). Lo Stato veneziano assume da questo momento la fisionomia definitiva di una potente REPUBBLICA oligarchica ma aristocratica e al suo interno democratica. Dal sistema feudale, senza passare dalle vicende comunali italiane di tutto il secolo XII (Venezia non si eresse mai a Comune) passa direttamente a questo singolare sistema di governo che è pur sempre di tipo feudale, anche se diverso, e dove il popolo (abolito il placitum) pur credendo di poter esprimere indirettamente la propria opinione, in realtà era soggiogato alla volontà di "queste poche" famiglie benestanti, più vicine ai propri interessi che non a quelli generali. Ma in effetti le cariche che a "questi pochi" venivano affidate, le esercitavano bene, perché capaci, fanno veramente politica attiva, inoltre esercitando fin da giovani in vari campi acquisiscono non solo le capacità di governare, ma con i risultati che ottengono ricevono anche gli apprezzamenti degli altri patrizi indolenti, che non avevano, prima di tutto voglia di governare, e in secondo luogo sapendo di non esserne capaci preferivano delegare chi capace lo era veramente. Chi proponeva tizio o caio, conosceva le capacità dell'eletto. Ed entrambi non potevano andare "fuori strada". Né uno né l'altro potevano fare imbrogli, anche perché continuamente si scambiavano le parti, di sorvegliati (gli eletti) e sorveglianti (i proponenti). Quest'ultimi se sbagliavano, pagavano di persona (in prestigio e anche in denari) gli errori del loro prescelto. Venezia espandendo i suoi commerci su tutta l'area orientale del Mediterraneo divenne una delle città più potenti d'Europa, fino a quando entrata in crisi con le nuove scoperte delle rotte oceaniche che aveva spostato il baricentro dei traffici, le sue aspirazioni egemoniche, dal mare si rivolsero (non senza contrasti interni) alla terra ferma, con alcuni espansionistici successi, che però allarmarono "tutti" gli altri Stati. In effetti al principio del Cinquecento la potenza di Venezia era al massimo; tuttavia doveva essere proprio il Cinquecento ad assistere al declino della grande Repubblica. Ma fu una decadenza luminosa che ebbe ancora i suoi momenti di gloria e che ancora per molto tempo impose al mondo il magico nome di Venezia come simbolo della più alta civiltà, oltre che dell'efficienza. Basti dire che nel periodo più spento di iniziative (nel '700), gli altri Stati inviavano i migliori economisti a Venezia per capire come potevano i Veneziani vivere in quell'ostentato benessere mentre la politica sprofondava nell'isolazionismo più completo. Qual'era il suo segreto "politico". Due secoli prima, gli anni critici dal 1508 al 1511 (Lega di Cambrai) avevano messo a rischio l'esistenza stessa di Venezia. Ma ammaestrata dall'esperienza (mentre l'Italia cadeva sotto il dominio degli stranieri e fecero del territorio italiano una arena delle loro guerre) la città dogale manterrà, a partire dal 1525, una saggia neutralità nella situazione di conflittualità internazionale creata dallo scontro fra gli Stati europei. Periodo in cui fu perfezionata la costituzione veneziana, tutta giocata sulla possibilità di accesso della classe nobiliare e anche mercantile alle cariche pubbliche, attraverso una complessa serie di designazioni e di sorteggi (ma emarginando altri soggetti, la cosiddetta nobiltà povera, i barnabotti - che ritroveremo poi filo-napoleonici e alcuni perfino più rivoluzionari della stessa plebe). Una neutralità quella di Venezia, che pur scongiurando una decadenza economica, non gli evitò però quella politica; ristretta questa a un gruppo di abulici nobili. Le prerogative politiche (del Consiglio dei dieci, del Doge, del Senato) si ridussero a svolgere solo funzioni negli affari "pubblici", e solo dentro la ristretta ricca aristocratica èlite, patrizi purtroppo pigri, non più amanti del rischio; proprio loro che l'avevano inventato il rischio (le società accomandatarie), e proprio in un momento che gli altri stati - il rischio - lo stavano scoprendo. Eppure non mancavano menti aperte (che passeranno alla storia); è del 1736 il "consiglio politico" che Scipione Maffei dava ai veneziani: "associate il popolo al governo affinché partecipandovi prenda amore allo Stato e cooperi validamente alla sua potenza". (qualcosa del genere accadde, con Manin, ma era ormai troppo tardi, era il 1848!) Maffei era stato ad Amsterdam, Londra, Parigi; e nella sua casa a Verona ospitò più volte Montesquieu, quello dello "Spirito delle leggi", che divenne poi il vangelo degli Stati Uniti. Ancora nel 1721 i patrizi veneziani bocciarono l'idea di una banconota per gli scambi con altri stati, lasciando l'economia languire, ispirandosi sempre a quel motto antimodernista che Foscarini continuava a ripetere ancora nel 1762: "Impedir le novità perniziose e lassar le cose come le sta". Che a fine Settecento, equivaleva dire "lentamente lasciarsi morire" in un collettivo "suicidio" economico oltre che politico. Durerà questo stato di cose fino all'anno 1797 rimanendo la Serenissima sempre di più isolata dalla grande politica europea, ed anche in quella italiana; che gli sarà però fatale. Quando la città verrà investita dalle truppe francesi, il Maggior Consiglio di questa ristretta oligarchia "democratica" multi-dittatoriale, decise la dissoluzione della Repubblica e la biasimevole resa a Napoleone (né potevano fare altrimenti) cercando di "salvare il salvabile". Il banchiere Lippomano rivolgendosi ai nobili angosciati di perdere titoli, beni e averi, fu del resto sincero e ben chiaro: "Bisogna essere delle nullità, come noi siamo, per riuscire a tenere tutto". Il 12 maggio il M.C. in una drammatica seduta, votò e accettò il governo municipale napoleonico votando in massa la fine dell'aristocrazia, cedendo il monopolio del potere- che aveva avuto in mano in quasi mezzo millennio - con 598 voti favorevoli, solo 7 contrari, e 14 astensioni. Il popolino fu impietoso, li bollò tutti come dei "calabraghe". Fino a quel giorno le cariche nobili-oligarchiche erano 824 distribuite dentro le 286 famiglie aristocratiche veneziane, che erano all'incirca lo stesso numero che nel 1325 avevano formato il Maggior Consiglio (alcuni nomi provenivano ancora da Aldino, cioè più di mille anni prima). Quasi nulla da allora era cambiato. Era sì una "democrazia" ma molto singolare perché era solo all'interno di una èlite. Era sì una Repubblica, ma di una élite sovrana, senza "repubblicani". I progressisti veneziani, la plebe e gli stessi barnabotti, i quali avevano sperato nell'avvento di un vero regime democratico "popolare", rimasero poi profondamente delusi quando Napoleone anche lui "lasciò stare le cose come stavano" e cedette Venezia all'Austria. E ancora più delusi furono l'anno dopo, quando nel febbraio 1798, dodici rappresentanti del patriziato veneziano giurarono -sempre a nome della ex élite dominante- fedeltà all'imperatore d'Austria, riuscendo anche questa volta "a tenere tutto". Gli eventi successivi iniziano a far parte di un altro periodo storico di Venezia; che fu anche questo piuttosto tormentato, con tante altre delusioni e amarezze. L'ultima, quando scrissero il 27 ottobre 1866, e misero la lapide nel Palazzo del Doge, dove si afferma che Venezia "è sotto" il governo sabaudo. E se Venezia iniziò ad andare "sottacqua" per quell'incuria che gli fu riservata dai montanari piemontesi, la popolazione dell'entroterra iniziò ad andare "sottoterra" per le malattie, la pellagra, la malaria e la fame o costretti a dover lasciare la propria terra perchè nel plebiscito ....non " ...tutto si svolse con mirabile ordine e fra universali manifestazioni di gioia". Questo lo scrissero sui giornali e sui libri i prezzolati panegiristi dei sabaudi. Nel 1900, in 24 anni, per la fame per la miseria, per la disperazione, 1.385.000 Veneti dovettero emigrare (una emigrazione biblica, fino allora sconosciuta nel Veneto). Dovettero lasciare la loro terra, i parenti, i tosi e... l'ala protettiva del Leone di San Marco. Più di uno partendo per "la Merica" con le lacrime agli occhi seguitò "a bastemiare" : "Viva Savoja! chè i n'à portà 'na fame roja" (fame troia) "Savoja, Savoja, 'ntanto noaltri...'ndemo via... vaca roja.." "Regno di Sardegna? chi lo ha in tel cul se lo tegna!" |