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La follia rappresenta uno dei buchi neri più misteriosi nell'insondabile universo della mente umana, e non è strano che la follia sia spesso stata legata all'acqua, non solo per quel peculiare flusso veloce e inafferrabile che ne caratterizza ogni goccia ma anche perché nell'antichità i folli venivano affidati ai marinai raccomandando loro di scaricarli in luoghi disabitati, lontani dalla società in cui regnava la legge e la morale. Si sviluppava sempre di più quel legame, purtroppo intramontabile, tra il disturbo mentale e l'emarginazione sociale che verrà messo in discussione soltanto nel 1978, grazie alla riforma degli ospedali psichiatrici proposta da Franco Basaglia, psichiatra veneziano. Ed è proprio a Venezia che, circondato dalle acque - compagne fisiche e metafisiche della follia - viene istituito lo storico ospedale psichiatrico dell'isola di San Servolo, attivo dal 1725 al 1978, situato vicino all'Isola di San Clemente dove venivano trasportate le donne. L'isola ha una lunga storia che risale all'insediamento di un gruppo di monaci benedettini all'inizio e di monache benedettine verso il 1600 circa. L'isola viene usata per finalità ospedaliere solo nel 1715, come ricovero per i militari, e affidata ai Padri ospedalieri noti come Fatebenefratelli. Sono loro che prenderanno in cura nel 1725 il primo «maniaco», come venivano chiamati allora i «matti» che spesso giungeranno all'isola stremati dalla fame, dalla povertà e dall'emarginazione sociale. LA STORIA. L'Isola di San Servolo si estende su una superficie di 4,82 ettari, quasi dieci volte quella dell'originaria duna sabbiosa determinata dall'evoluzione geologica naturale della zona lagunare. L' espansione territoriale si è avuta negli ultimi secoli ad opera dell'uomo, per necessità di nuove edificazioni oltre che per la costruzione, del parco, degli orti e dei cimiteri. Il primo insediamento risale alla fine del 600 quando un gruppo di monaci Benedettini, cacciati ad opera dei Franchi dal monastero di S. Stefano d'Altino, si rifugiò nell'Isola allora angusta e paludosa. Tra il 764 e l'804 la famiglia Calbana fece erigere la chiesa dedicata a San Servolo con annesso convento. Ma solo dal 1109 l'Isola divenne stabilmente sede conventuale con l'arrivo delle suore benedettine. Le suore vi restarono per cinque secoli, fino al 1615 quando furono trasferite in città. Dal 1647 il complesso venne offerto alle 200 monache Benedettine, Domenicane e Francescane residenti nell'Isola di Candia (Creta), per salvarle dalla conquista turca. Le suore utilizzarono l'Isola fino alla loro estinzione dopodiché, nel 1716, il convento fu chiuso. Nel 1715 l'Isola era praticamente disabitata per cui il Senato della Repubblica decise di utilizzare l'ex convento quale sede del nuovo Ospedale militare poiché la guerra contro i Turchi, che faceva confluire a Venezia un gran numero di soldati, aveva reso insufficienti gli spazi dell'Ospedale militare di Sant'Angelo di Castello. La funzione medica e assistenziale insieme fu delegata ai Padri ospedalieri di San Giovanni di Dio, oggi Fatebenefratelli e vi furono trasferiti 400 malati. Venne predisposto un piano generale di ristrutturazione delle «fabbriche» e della farmacia dell'Isola, i cui medicamenti erano prodotti dai frati. Nel 1978 l'approvazione della legge n. 180 decretò la chiusura degli Ospedali psichiatrici. Il 13 agosto dello stesso anno, gli ultimi ammalati furono trasferiti dall'Isola di San Servolo all'ospedale di Marocco (VE). La Provincia di Venezia, che ha conservato sempre la proprietà dell'Isola, ne ha garantito la custodia e, a partire dagli anni '90, ne ha avviato il recupero per trasformare questo luogo di sofferenza in uno spazio di promozione multiculturale. Nel 2003 si sono conclusi i restauri, l'Isola ha riacquistato la sua originaria conformazione legata all'ambiente lagunare, con grandi edifici storici affacciati su San Marco, un grande parco, mura di conterminazione a difesa dall'acqua. IL PARCO. Sviluppatosi nei secoli, il parco è parte integrante dell'Isola di San Servolo e si caratterizza più che per la forma dei giardini, per la presenza di alcuni alberi molto antichi. Dalla palma delle Canarie, che svetta appena sbarcati in Isola, alle grandi piante di agave americana e all'altissima palma di Chusan, di origine giapponese, dal tiglio europeo al bagolaro «spaccasassi», dal platano ibrido alla safora dorata, dai grandi pini d'Aleppo, che a causa di un fortunale si protendono inclinati quasi a terra, al secolare ulivo e agli alberi di ailanto, alternati a grandi arbusti di pittosporo. Il Parco di San Servolo conserva inoltre le tracce di un frutteto rustico, viva testimonianza del passato conventuale dell'Isola, da sempre coltivata da monaci, suore e padri ospedalieri. LA CHIESA. ![]() La primissima San Servolo aveva una chiesa, forse fatta di legno. Il luogo sacro nel corso del tempo si è trasformato più volte - nelle strutture e negli ornamenti - fino al 1753, tempo in cui fu affidato a Gaetano Brunello Murer la ricostruzione della chiesa. Il 29 ottobre 1758 si trasferì il Santissimo in una stanza dell'isola, trasformata in oratorio. Il 9 marzo 1759 fu posta la prima pietra del nuovo edificio. Nel 1761 l'esterno della chiesa era ultimato; tra ottobre e novembre dello stesso anno Jacopo Marieschi eseguiva i dipinti del soffitto della navata e del presbiterio, raffigurandovi rispettivamente «La gloria di San Giovanni di Dio davanti alla Vergine» e «Le tre virtù teologali». La chiesa fu in seguito ancora rimaneggiata. Nel 1810 si acquistò un organo Nacchini, proveniente dalla soppressa chiesa di Santa Maria del Pianto. Nel 1839 Paoletti definiva l'edificio «elegante chiesetta di tre altari». LA SPEZIERIA. La chirurgia per secoli era stata ritenuta una vile, cruenta e manuale branca della medicina e per il suo rapporto diretto e brutale con la carne era stata interdetta agli uomini di religione. Solo nel secolo dei lumi assurge al ruolo di arte e diviene accessibile ai frati più aperti e colti. Nel 1716 a San Servolo troviamo due chirurghi e, in quegli anni di guerra, ce n'è proprio bisogno. La struttura ospedaliera è adattata alla meglio e manca la spezieria: per la coltivazione delle erbe medicinali i frati cominciano con il chiedere un piccolo appezzamento di terra in affitto. Cominciando da queste poche zolle, lo speziale milanese Alberto Sacchetti inizia a costruire un servizio di qualità e una fama che, in meno di tre anni, procura all'ospedale l'apprezzamento del governo veneziano. E la spezieria di San Servolo, nel 1719 viene ufficialmente deputata a fornire i medicinali alle milizie. La buona qualità e perfetta composizione dei medicinali di S. Servolo viene addirittura attestata dal Collegio dei Filosofi e Medici di Padova e dal chirurgo della squadra navale della Serenissima. LA BIBLIOTECA. Nel manicomio di San Servolo, durante il lungo periodo della sua direzione, Prosdocimo Salerio favorisce la pratica e lo studio della medicina con l'acquisto di tecnologie per la sala chirurgica e libri di studio. Nel 1851 la biblioteca viene incrementata dalla donazione di 40 pregevoli opere mediche donate da un privato, il Salerio provvede personalmente ad acquistare i volumi di argomento psichiatrico che si aggiungono a quelli lasciati da Luigi Portalupi. Si riesce ad acquistare un lotto di libri del dottor Valeriano Luigi Brera e i volumi dei padri domenicani di San Lorenzo. Nel 1861 la biblioteca si presenta così ben fornita ed aggiornata che le opere vengono catalogate, ordinate e collocate in un nuovo apposito locale. Con la chiusura dell'ospedale psichiatrico veneziano di San Clemente, nel 1992 la Fondazione ha ereditato anche il suo archivio, costituito da circa mille faldoni e mille registri (dal 1873 al 1890) e la biblioteca composta da altri duemila volumi.
DAL CONVENTO AL MANICOMIO. STORIA OSPEDALIERA. Il Senato aveva deciso di utilizzare il nuovo Ospedale Militare per ricoverare marinai e soldati infermi. Quando, nell'ottobre del 1716, quattrocento «militari infermi» vengono trasferiti nella nuova struttura, i Padri Ospedalieri di San Giovanni di Dio erano stati chiamati in isola da poco più di un anno. Riconosciuti come Ordine religioso già nel 1586 - e noti in Italia con il nome di Fatebenefratelli - avevano svolto in Europa un'importante attività di carità e di assistenza ospedaliera, destinata ai poveri, agli ammalati e ai folli. Presenti a S. Servolo con le figure dello speziale e del medico-chirurgo, i padri gestiscono l'Ospedale Militare e la farmacia (la «spezieria»), destinata al rifornimento delle milizie e delle navi. L'Ospedale accoglie soldati e marinai, ma anche «mozzi», «discoli» e pochi pazzi, soprattutto nobili. Le prime forme settecentesche di custodia e di cura dei pazzi convivono con le attività dell'Ospedale Militare. Dopo l'insediamento del secondo governo austriaco (1815), la funzione manicomiale prende il sopravvento, soprattutto con la direzione trentennale (1847-1877) di un vero medico-alienista, padre Prosdocimo Salerio (1815-1877). Salerio infatti, come ricorda un suo discepolo - il dotttor Luigi Brajon - dopo aver ricevuto una formazione chimico-farmaceutica, aveva ottenuto il «dottorale alloro in medicina e chirurgia» all'Università di Padova. STORIA MANICOMIALE. ![]() Nel 1725 viene inviato a S. Servolo il primo «pazzo» per ordine del Consiglio dei Dieci. Nel Registro dei malati 1725-1812 si legge infatti: «A dì 26 ottobre 1725, Ill.mo Signor Lorenzo Stefani fu Sebastiano di anni 32, fu condotto in quest'isola per ordine dell'Eccelso Consiglio dei Dieci come pazzo. Fu levato per ordine del suddetto tribunale il giorno 30 settembre 1762 e portato in sua casa». Illustrissimo, non nobile. Probabilmente un agiato borghese. I pazzi accettati negli anni successivi sono tutti nobili, con parenti in grado di pagare la «mesata». Sono pochi. Un po' più numerosi - sei - nel 1748. Tra di essi troviamo un «discolo», dicitura ricorrente, che allude ad una funzione di custodia, ma anche un «ipocondriaco»: dicitura che allude ad una funzione medica e curativa. Dopo il 1754, compaiono nel Registro espressioni che indicano più chiaramente «E' condotto in quest'isola per curarsi come pazzo». Oppure: «Sortì risanato». Il sistema del ricovero a pagamento dura fino al 1797: riguarda per lo più folli nobili, o borghesi benestanti, mentre i folli poveri hanno un diverso destino. A stabilire questo destino è il Consiglio dei Dieci, per lo più su richiesta dei familiari. Esso stabilisce per i folli ricchi o benestanti il ricovero a S. Servolo; per i folli poveri l'invio alla Pubblica Fusta. Prima bireme leggera, poi nave-scuola per i condannati al remo, infine battello fatiscente, ormeggiato in laguna di fronte al Palazzo Ducale, la Fusta era diventata un luogo di pena e di segregazione dove stavano ammassati oltre un centinaio tra condannati, ammalati e pazzi poveri. Caduta la Repubblica (1797), la Municipalità Provvisoria decide di abolire l'utilizzazione della Fusta e di ricoverare a S. Servolo i folli poveri a «spese dell'erario». Il Comitato di Salute Pubblica emette i decreti di internamento e il governo provvisorio paga le spese del mantenimento. Durante il primo governo austriaco vengono definitivamente accettati e trasferiti i pazzi poveri. Nel 1804 l'Ospedale viene dichiarato Manicomio Centrale, per entrambi i sessi, di tutte le Province Venete, della Dalmazia e del Tirolo. Col Regno d'Italia, in età napoleonica, gli internamenti vengono gestiti dalla Congregazione di Carità, che centralizza l'amministrazione degli ospedali e degli istituti di pubblica beneficenza. Durante il secondo governo austriaco, questo effetto centralizzatore verrà rafforzato con l'emanazione di una legislazione sanitaria organica. S. Servolo accoglie oramai i folli poveri di tutte le province venete. I pazzi «tranquilli» vengono mandati all'ospedale civile San Giovanni e Paolo, i «clamorosi» al «Morocomio» diretto dai Fatebenefratelli. A partire dal 1834, le donne verranno tolte da S. Servolo e ricoverate al «morocomio femminile» dell'ospedale civile. Il regio erario si farà carico di mantenere gli alienati poveri. Il comune, invece, pagherà le spese solo per il mantenimento dei pellagrosi. L'assistenza a carico dell'erario determina, ovviamente, un considerevole incremento dei ricoveri. Nella seconda metà dell'800, il passaggio da una società prevalentemente agricola ad una società agricolo-manifatturiera provoca un maggiore sfruttamento dei contadini e un impoverimento delle campagne. La miseria e la fame dilagano. L'alimentazione è scarsa e insufficiente. Aumentano, di conseguenza, gli inabili al lavoro e si diffondono la pellagra e l'alcolismo. Nel 1866 il Veneto liberato passa al Regno d'Italia e la responsabilità amministrativa dei manicomi spetta alle province venete. Nascono così i manicomi provinciali: tra questi, il Manicomio femminile di S. Clemente (1873), diretto da Cesare Vigna, rinomato alienista, discepolo e collaboratore di Salerio. La psichiatria italiana si riorganizza con la legge del 1904 e il regolamento applicativo del 1908, dove sono scritte anche norme di tutela del malato di mente ricoverato: ma queste norme si trasformano in clausole restrittive, dal momento che nella nuova legge viene sancito il concetto di «malato pericoloso a se e agli altri» e al manicomio, sempre di più, viene affidato il compito di funzionare come contenitore repressivo della sofferenza psichica e della disuguaglianza sociale. La legge del 1904 venne preceduta dai cosiddetti «scandali manicomiali», denunciati, in diverse situazioni, dalla stampa: protagonista di uno di questi scandali fu padre Camillo Minoretti, che, a seguito di un'inchiesta condotta dal prof. Belmondo, venne «esonerato dall'ufficio di Direttore di San Servolo» soprattutto a causa dei «barbari mezzi di coercizione utilizzati nell'ospedale. Dopo le accuse della stampa ed il processo, perso da Minoretti, i Fatebenefratelli abbandonano l'isola. Negli ultimi decenni, qualche psichiatra coraggioso che opera a S. Servolo, introduce nuove pratiche psichiatriche che si pongono controcorrente ai classici metodi di cura, basati sull'approccio farmacologico, sull'uso dell'elettroshock e delle tradizionali pratiche di contenzione, e cerca di realizzare, nel contesto manicomiale, forme di psicoterapia di gruppo. Edoardo Balduzzi, ad esempio, si distingue per il suo tentativo di sperimentare sull'isola l'approccio con la terapia di gruppo e biopsicosociale elaborato da M. Woodbury nell'America degli anni '60. Spunti fecondi, che la rivoluzione di Franco Basaglia riuscirà a sviluppare e a far esplodere. Il 13 agosto 1978, subito dopo il varo della legge 180, si conclude la storia manicomiale di S. Servolo: gli ultimi ricoverati lasciano l'isola per altre sedi ospedaliere. La follia reclusa. Il museo dell'ex manicomio. ERGOTERAPIA. Con l'occupazione e il lavoro «lo spirito» viene «distratto dalle idee deliranti», «il corpo» è «affaticato» in modo da «sentire il bisogno di riposo e di un dormire riparatore» (Salerio, 1868). L'attività manuale e «la vita di associazione» riducono l'uso della contenzione: grazie ad esse «è tolto più facilmente» il motivo per reprimere i malati e «l'arbitrio di segregarli» (Salerio, 1871). Il lavoro manuale viene svolto in vari locali o «laboratori» del manicomio, nei terreni dell'isola e nelle colonie agricole esterne, come quella sorta a Marocco (Mogliano Veneto) nel 1905. Qui, secondo il Direttore del manicomio padre Dalmazio Battanoli, 400 pazienti, cioè circa i 2 terzi dei ricoverati, vengono impiegati in differenti attività e settori: attività agricola, forno, cucina, farmacia, fotografia, barbieria, lavoro ai materassi, legatura dei libri, lavori del meccanico, del fabbro-ferraio, dell'ottonaio, «stupendi lavori di traforo in metallo», l' «officina del falegname», la «tessitoria», la sartoria, la calzoleria, eccetera. Considerata dai suoi avversari dannosa alla salute e mezzo di sfruttamento dei ricoverati, l'ergoterapia venne difesa dai direttori del manicomio sia nell'ottocento che nel novecento. Per S. Servolo basti ricordare Giovanni Fattovich, psichiatra e scrupoloso anatomista - collaboratore della rivista «Il cervello» - che sostenne l'efficacia dell'ergoterapia nella reintegrazione della personalità dei malati di mente. IDROTERAPIA. L'idroterapia utilizza bagni e docce. Per le manie acute, si associavano bagni caldi prolungati ad «affusioni» di acqua fredda o a «irrigazioni» di acqua (tra i 10 e i 15 gradi) sul cranio dei malati appositamente rasato. Ecco i bagni più diffusi: - bagno forzato a sorpresa: lo condannano Esquirol e i torinesi Trompeo e Bonacossa; - bagno prolungato (per circa 12 ore, con l'acqua tra i 30 e i 35 gradi) in una vasca di forza con coperchio di tela, di legno o di lamiera (con un buco per far uscire la testa); - bagni caldi, freddi o temperati: destinati, secondo i casi, ai maniaci, ai malinconici, ai dementi, ai pellagrosi (Salerio, 1871). Belmondo constaterà, nel 1902, la carenza di vasche: «4 sole bagneruole per quasi 700 individui». CONTENZIONE. L'alimentazione forzata utilizzava strumenti (come la sonda esofagea) per mantenere aperta la bocca. Si credeva (o si voleva far credere) che gli strumenti tipici della contenzione svolgessero un ruolo «educativo. MUSICOTERAPIA. Una planimetria realizzata dall'ing. A. Contin il 17 giugno 1882 ci mostra l'esistenza, nel manicomio, di una «Sala della Musica». Ma ancor prima Salerio ci fa capire che si trattava di uno spazio predisposto da tempo: «Due volte la settimana, il passeggio è rallegrato dalla musica, nella quale e ricoverati ed infermieri sono frammisti a suonare, essendovi una apposita scuola. Alcuni volentieri si mettono al giuoco, od al suono del pianoforte in sala apposita, vicina al giardino». Salerio aveva già menzionato, in precedenza, l'esistenza di questa scuola di musica, affermando che un tale M.G. - «affetto da mania ambiziosa» - «è il maestro che istruì li filarmonici della musica dello Stabilimento». Cesare Vigna (1819 - 1892) - braccio destro di Salerio, «medico primario» a San Servolo dal 1856 e poi, dal 1873, primo direttore del manicomio veneziano di San Clemente - menziona, in un suo scritto, l'esistenza di una «banda di S. Servolo, che vi è così bene organizzata» e che contribuisce a rallegrare i «periodici trattenimenti» musicali «con organetti» che si svolgevano all' «Ospizio» di S. Clemente. L'uso della musica rientra nelle componenti dialogiche della «cura morale», propugnata in tutta la prima metà dell'ottocento dalla scuola parigina della Salpêtrière (Pinel, Esquirol, Leuret). Cesare Vigna segue attivamente questo filone, promovendo, sia a San Servolo che a San Clemente, una sorta di «musicoterapia» ante litteram. Negli anni cinquanta collabora alla «Gazzetta musicale lombarda» e stringe una profonda amicizia con Giuseppe Verdi. In diverse pubblicazioni si occupa di musica considerandola anche nelle sue relazioni con il «fisico» e con il «morale» dell'uomo. L'«influenza morale e fisiologica della musica sul sistema nervoso» può, secondo Vigna, essere «rettamente usata nella cura della psicopatia». La musica, agendo contemporaneamente sul «fisico» e sul «morale» dell'uomo - sull' «elemento nervoso» e sull' «elemento psichico» - rappresenta quindi un prezioso supporto delle cure sia fisiche che morali della pazzia. MANTENIMENTO E ALLOGGI. Piatti, stoviglie, zoccoli, letti, lumini, ma anche manufatti realizzati dai ricoverati sono tracce eloquenti della vita manicomiale. Le diverse figure che popolano l'asilo condividono, con differenti funzioni e posizioni, molti segmenti di quotidianità. Alloggi, mense, dormitori, terapie, contenzioni, atrocità repressive, «cure morali», momenti ricreativi, attività manuali e artigianali: questo complesso mondo asilare - duro e monotono - include anche gli «alienisti». «Bisogna vivere con i folli», prescriveva Esquirol. Anche medici e padri ospedalieri seguirono, a S. Servolo, tale precetto. FARMACOTERAPIA. Salerio diede al manicomio un'impronta farmacologica. Questi i medicamenti da lui citati nel 1871: i «vescicanti» (per demenza, mania, malinconia); il «cauterio alla nuca» (per dementi, «torpidi», allucinati); i purganti, gli emetici, il chinino («come sedativo del sistema nervoso»); alcuni rimedi impiegati invano contro l'epilessia (tra cui belladonna, sanguisughe, bromuro di potassio) e soprattutto vari calmanti: la digitale, l'oppio, i bromuri, il cloralio. Infine il ferro per combattere la pellagra, «che toglie braccia all'agricoltura» (Salerio, 1868). Fino al 1953 - prima, cioè, dell'avvento dei neurolettici - l'alienista ricorreva al farmaco soprattutto in vista dei suoi effetti sedativi. Nel 1952 nascono i neurolettici di prima generazione: poco efficaci sui sintomi negativi delle psicosi e più efficaci sui sintomi positivi, facilitano il dialogo con il malato. Arrivano poi gli ansiolitici e gli antidepressivi. L'uso degli psicofarmaci riduce il numero e la durata degli internamenti ed anche la frequenza delle contenzioni. Emerge, nella somministrazione a lungo termine, il problema dei disturbi secondari «extrapiramidali». Il superamento del manicomio imporrà la ricerca e l'utilizzo di nuove molecole (neurolettici di seconda generazione), più attive sui sintomi negativi e meno cariche di effetti collaterali dannosi per la vita quotidiana. ELETTROTERAPIA. Impiegata nelle cure dei disturbi neuromuscolari, l'elettroterapia veniva talvolta praticata nei manicomi. Essa serviva sia per la cura delle «nevrosi» (epilessia, corea, tetano, isterismo, angina di petto, asma, eccetera), sia per la cura delle «psicopatie» (melanconia, mania, analgesia degli alienati, paralisi generale, demenza paralitica). TERAPIE CONVULSIVANTI. La malario-terapia (1917) - la cura con accessi febbrili delle paralisi progressive - fu seguita dall'insulino-terapia (1932): la cura della schizofrenia con shock insulinici. Nel 1936 fu introdotta, in specie contro la depressione, la cura fondata sull'induzione di crisi convulsive. Sulla base del diffuso concetto di antagonismo tra epilessia e psicosi, Cerletti propose di produrre crisi convulsive con la corrente elettrica applicata alle regioni laterali del cranio. I risultati di tale tecnica - detta elettroshock - furono pubblicati a partire dal 1938 e l'elettroshock si diffuse capillarmente e venne spesso impiegato come «panacea automatica». IL LABORATORIO DI RICERCA. Istologia. Le strumentazioni del Laboratorio e dell'Ambulatorio ci fanno capire che il Manicomio di San Servolo - alla pari di altri manicomi di fine ottocento - non è stato soltanto un deposito di malati mentali da custodire, da contenere e da curare, ma anche una struttura dove venivano svolte ricerche scientifiche in ambito neuropatologico: ricerche finalizzate al momento diagnostico ed orientate a scoprire le cause organiche della malattia mentale. Le numerose foto di cervelli e gli innumerevoli vetrini di tessuti cerebrali documentano l'esistenza di simili ricerche. Si ritrovano infatti attrezzature per istologia: microtomi a slitta e a rotazione, recipienti per colorazioni e conservazione dei pezzi anatomici e un potente microscopio Zeiss per la fotografia dei preparati. Neuropatologia chimico-clinica. Molto ricca la strumentazione analitica nel campo della Chimica clinica: apparecchi nati nell'Ottocento che tuttavia rimangono in uso fino alla metà del Novecento. Il laboratorio di chimica clinica serviva soprattutto per le analisi chimiche ed ematologiche di routine a scopo diagnostico, prognostico e terapeutico. La psichiatria manicomiale veniva dunque considerata una branca della medicina clinica: al pari di quest'ultima, doveva fondarsi, oltre che sugli studi anatomo-patologici, anche sull'indagine chimico-clinica. Ambulatorio. Nell'ambulatorio si trova la strumentazione per la diagnostica neuropsichiatria - dai craniometri di fine ottocento al microscopio binoculare - e l'uso di tecniche fotografiche, utilizzate anche per documentare le variazioni fisionomiche dei pazienti. Teatro Anatomico. Nel museo è stata ricostruita la sala anatomica presente a San Servolo in altro edificio. Il tavolo anatomico originale e la strumentazione presente sono di fine 800, così come tre vasi che servivano per conservare i cervelli immersi in soluzioni particolari. Sono stati inoltre qui collocati nello speciale armadietto alcuni crani già presenti nella precedente sala anatomica e in teche particolari sono stati posti i cervelli che erano qui conservati per studio. Nella seconda metà dell'800 e nei primi decenni dell'ultimo secolo la psichiatria subisce l'impronta e lo stile della medicina generale dando sempre più spazio alla ricerca e allo studio delle cause organiche delle malattie mentali. Questo è anche giustificato dalle contemporanee osservazioni che vedevano comparire alcuni disturbi psichici nel corso di malattie come la sifilide, per intossicazioni come l'alcolismo, per carenze alimentari come la pellagra. Si è affermata la necessità di studiare la malattia mentale con metodo anatomo-clinico, determinando due metodi di studio: uno in laboratorio per identificare le eventuali alterazioni chimiche dei liquidi organici (sangue, urine, liquor) e un altro anatomico e istologico alla ricerca di lesioni del cervello. La ricerca di laboratorio che si sviluppa soprattutto nel 900, portò all'identificazione delle cause di alcuni disturbi psichici come ad esempio la conferma che la demenza paralitica era dovuta alla sifilide. Così si accertò anche che uno stato confusionale poteva essere causato da alterazioni dello zucchero o dell'urea nel sangue. La ricerca anatomo-istologica ha dato un grande contributo permettendo di riconoscere, ad esempio, le alterazioni cerebrali in alcune malattie mentali come quelle rilevate da Alzheimer e Perusini in una forma di demenza e il ruolo delle meningo-encefaliti o dei tumori nella causa del rallentamento psico-motorio. Nella ricerca di elementi indicativi delle cause delle malattie mentali sono stati studiati anche i crani alla ricerca di anomali ossee o malformazioni volumetriche. Tuttavia di fronte ai casi di malattia mentale in cui non si riusciva a trovare alcuna lesione organica, le ricerche più recenti si sono indirizzate allo studio della personalità dei pazienti con il colloquio diretto per riconoscerne la psicologia, superando così la semplice osservazione, lo studio solo organico e la funzione di mera custodia. |
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