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Isola di Torcello

Nelle giornate di sole Torcello si distingue subito per la forma squadrata del suo campanile e la mole della sua cattedrale, sospesa tra acqua e cielo sulla linea di orizzonte che guarda a Oriente: Torcello è l’isola viola della laguna veneta. Viola come i carciofi ovunque coltivati, fucsia e indaco come i fiori del cardo in agosto, rosa e malva come il limonium, il fiore di barena che tappezza in estate la laguna, rosa come la luce della Palude della Rosa all’alba e al tramonto.
Il nome Torcello deriva da "Turricellum" -piccola torre- ad indicare probabilmente una antica installazione di difesa sul lato sud della città di Altino. 
Crebbe di importanza col tempo fino a diventare il centro politico, religioso e commerciale ("emporion mega") agli albori della comunità Realtina.

A quel tempo Venezia si chiamava Rialto ed era da poco cominciata l'edificazione della città.
Qui giunsero tutti i beni più preziosi della comunità Altinate in fuga, i materiali da costruzione provenienti dallo smantellamento della città, i vescovi e le reliquie dei santi, tanto che la popolazione - all'apice dello splendore - raggiunse il ragguardevole numero di 50.000 unità. 
L'isola ebbe le strade lastricate, cantieri navali, monasteri, palazzi e chiese e rimase indipendente - con suo podestà e sue leggi anche quando il potere economico si accentrò a Rialto. 
Torcello cominciò a vacillare nel XV secolo, ossia quando certe zone cominciarono ad impaludarsi e la malaria cominciò a mietere vittime. 
Da allora gli abitanti cominciarono a spostarsi verso Murano e Venezia, portandosi dietro marmi, colonne ed altre parti in pietra smantellando le proprie case, parti che altrimenti avrebbero dovuto far pervenire dalle cave d'Istria per mare.
Tra le poche costruzioni rimaste: La basilica di S.Maria Assunta, la chiesa di S.Fosca, il battistero ed i palazzetti dell'Archivio e del Consiglio sulla piazza.
È su quest’isola che nell’inverno del 1948 Hemingway, si ritira alla locanda Cipriani a scrivere il romanzo di Venezia, che tanto scandalo fece all’epoca per il suo presunto amore con la giovane contessina veneziana Adriana Ivancich, la Renata del libro.
Per arrivare a Torcello si prende il vaporetto dalle Fondamenta Nuove di Venezia, si passa vicino il cimitero di S. Michele, toccando poi l’isola del vetro, Murano, e passando vicino quello che resta dell’isola di San Giacomo in Palude.
Ai tempi della Serenissima Repubblica in quest’isola viveva un singolare personaggio che chiedeva la questua alle barche che passavano vicine con una pertica lunga quattro metri alla cui parte terminale era sistemato un retino.
Da Mazzorbo e Burano, le isole le cui semplici case vengono evidenziate da differenti colori sgargianti cosicché i pescatori possono da lontano distinguere ognuno la propria abitazione, si arriva a Torcello.
Torcello dicono sia un’isola magica, dove vanno a dormire a stormi gli aironi cinerini, dove impazzano le rondini, dove vivono placidamente colonie di gatti bianchi e pezzati.
Sui canali che la costeggiano e la percorrono si notano miriadi di bollicine che sgorgano a pelo d’acqua, e che hanno nei secoli alimentato leggende di sirene.
La realtà è che il sottosuolo è ricco di gas che fuoriesce in questa maniera. Sarà che il fenomeno è più accentuato sotto il ponte del diavolo, sarà per le leggende che vi aleggiano, sarà per i suoi fiori e frutti che anticipano le stagioni, ma quest’isola possiede un’inspiegabile energia propria.
All’attracco del vaporetto si scorge sulla sinistra una vecchia casa che da sul canale, puntellata con dei grossi travi: è la Casa dei Borgognoni, una volta sacrestia di una chiesa antica.
Le persone che vi abitavano fino a qualche anno fa dicevano di sentire i passi e i respiri del fantasma di un frate, che nel Seicento qui era morto a causa di un’esplosione finendo conficcato in un camino.
Poco più avanti c’è la Palude della Rosa, un’oasi naturalistica che dà rifugio a migliaia di volatili, aironi, cavalieri d’Italia che qui si aggirano indisturbati alla ricerca del cibo quando è bassa marea, e l’acqua si ritira completamente per scoprire la melma della laguna e denudare le barene che la circondano.
Proseguendo verso la Cattedrale, si trova il Ponte del Diavolo, famoso per una leggenda.
Durante l’occupazione austriaca, una fanciulla veneziana si innamorò di un ufficiale di quell’esercito.
La famiglia di lei ne fu contrariata, tanto che il giovane, un giorno, fu trovato pugnalato.
La ragazza da quel giorno, non mangiò più, deperì, si disperò talmente tanto da chiedere aiuto ad una maga.
Questa si rivolse ad un demone, che promise di fare tornare il ragazzo dall’aldilà e farlo incontrare con l’innamorata.
In cambio chiese le anime di sette bambini morti precocemente.
Si stipulò il contratto, si trovò il luogo adatto all’incontro, un arco di pietra sopra un corso d’acqua, il ponte di Torcello per l’appunto.
Si fissò una data, il 24 dicembre, quando le forze del bene erano affaccendate altrove... La ragazza e la maga si presentarono all’appuntamento e trovarono puntuali, al di là della riva, Belzebù e il giovane austriaco.
La giovane attraversò il ponte, raggiunse l’amato e scomparve nella notte con lui, verso un luogo dove nessuno li avrebbe più separati.
Il diavolo e la strega si dettero appuntamento di lì a sette notti, affinché la vecchia consegnasse le anime dei sette bimbi come pattuito. Ma qualcosa andò storto, la maga perì in quei giorni e il demone aspettò inutilmente quella notte, e tutte le notti di tutti gli anni seguenti.
Da quel giorno, la vigilia di Natale, accade di vedere un gatto nero ritto su quel ponte: è il diavolo che aspetta la strega con le anime pattuite.
Nella piazzetta della Basilica risalta il trono di Attila,

un soglio di marmo che la leggenda vuole sia del re unno, il sito più fotografato dell’isola, dove sostano colonne di turisti in attesa di sedersi ed essere immortalati.

Sullo sfondo il museo con i resti romani e medievali.
Di fronte al trono, che sembra in realtà sia stato usato in antichità dai tribuni dell’isola per amministrare la giustizia, sta sulla destra la Chiesa di Santa Fosca, dell’XI secolo, deliziosa nella sua pianta pentagonale, armoniosa nello stile architettonico, meta di sposalizi da tutto il mondo.
Accanto si erge la Cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta, fondata addirittura nel 639, all’epoca dell’imperatore Eraclio.
Quando si entra dalla porta laterale, non si può non restare colpiti dal grandioso mosaico dell’XI secolo di scuola veneziana, sopra la porta maggiore, che rappresenta l’apoteosi di Cristo e il Giudizio Universale e dal pavimento della chiesa, un susseguirsi armonioso di disegni geometrici fatti con pezzi di marmo di diversi colori come quello della Basilica di San Marco.
Alla sinistra dell’altare ci sono delle lastre di alabastro che delimitano il presbiterio: con la luce sono talmente trasparenti che se si mette una mano al di là della pietra se ne vede l’ombra.
Fuori della Basilica si possono osservare i finestroni in alto: sono tutti provvisti di enormi imposte di pietra incernierate. Merita una visita la torre campanaria, dalla cui cima si gode un’incomparabile vista su tutto l’estuario lagunare.
Ci sono i resti di una basilica romana nell’isola di Villa Baslini, che si raggiunge passando sopra il Ponte del Diavolo o per via d’acqua, e che si possono visitare chiedendone permesso al custode.
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