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Palazzo Labia .

Uno dei più importanti palazzi della città costruito tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII secolo, prende il nome dai Labia, mercanti catalani, entrati durante la guerra di Candia, nel novero delle famiglie patrizie veneziane, dietro l'esborso di una forte somma di denaro (100 mila ducati).
I Labia che spesero somme ingentissime per l'arredo del palazzo, chiamarono ad affrescarlo GB. Tiepolo, che assieme al quadraturista Mengozzi Colonna, iniziò il grande ciclo dedicato alle storie di Cleopatra, visitabile su appuntamento. Parte del palazzo è, attualmente, sede RAI. Fu qui che il proprietario del palazzo dopo il pranzo gettò, come è tradizione popolare, delle suppellettili nel canale sottostante, esclamando boriosamente: «Le abia, o non le abia, sarò sempre Labia».
Si crede però che si fosse in quell'occasione tirata una rete sotto il canale, e che apposite barche abbiano poco dopo ripescato la preziosa mercanzia, riportandola a chi ne era padrone.
Un gioiello del '700, in una magica città, che intreccia la sua storia con quella di due donne, entrambe di rara bellezza e grande personalità. vissute in epoche tanto diverse quanto distanti: Maria, la nobile veneziana andata in sposa nel 1701 a Giovanni Francesco II Labia, che commissionò a Giambattista Tiepolo i grandiosi affreschi che impreziosiscono il Palazzo, e Cleopatra, la regina d'Egitto, amata da Antonio, il generale romano a cui sacrificò la vita, protagonista dei capolavori dello stesso Tiepolo nell'ampio Salone delle Feste.
È a loro, in fondo, che si deve lo splendore di Palazzo Labia, prestigiosa dimora di ricchi mercanti spagnoli giunti a Venezia verso la prima metà del '500 ed elevati al rango di Patrizi della Serenissima il secolo successivo.
Narra la leggenda che in occasione di banchetti e serate danzanti, per dimostrare la propria ricchezza ai loro ospiti i Labia avessero l'abitudine di gettare nel canale posate e stoviglie d'oro a fine cena. I maligni raccontano, però, che questo tesoro in realtà cadeva sulle reti da pesca poste sul fondo per essere recuperate nottetempo dai domestici.
Il patrimonio artistico del Palazzo veneziano, oggi centro di iniziative culturali e serate di gala, caratterizza il Piano Nobile: dodici sale ruotano intorno al Salone delle Feste, rara testimonianza di resistenza all'impietoso trascorrere del tempo, dove Maria e Cleopatra sembrano prendere per mano il visitatore per fargli varcare la soglia dei secoli e immedesimarsi nel teatro storico rappresentato dal Tiepolo.
È dunque nelle seconda metà del '600 che i Labia, originari della Catalogna, grazie alle benemerenze acquisite presso la Repubblica e grazie anche all'esborso - si narra- di trecentomila ducati, entrano nel "Libro d'Oro della Nobiltà veneziana".
È un momento critico nella storia della Repubblica marinara: la peste, negli anni '30 ha decimato un terzo della popolazione e nel '45 gli Ottomani hanno attaccato le truppe della Serenissima per il dominio di Creta.
Il Maggior Consiglio, in gravi difficoltà economiche, il primo luglio del 1646 decide di concedere alle ricche famiglie straniere la possibilità di acquisire il titolo nobiliare. I Labia colgono l'opportunità e si preparano al debutto fra le grandi casate dando inizio ai lavori di quella che diventerà la loro prestigiosa dimora. L'edificio costruito in pietra d'Istria, su progetto di Andrea Cominelli, illustre architetto del tempo, è in Venezia uno dei rari Palazzi a tre facciate: su Campo San Geremia, sul Canal Grande e sul rio di Cannaregio.
La scelta, quella del luogo, è dettata probabilmente dall'attività commerciale dei Labia, concentrata già da decenni - con case e magazzini - alla fine della Lista di Spagna e lungo il Canal Regio, via d'acqua più diretta percorsa dalle barche per trasportare merci e persone da e per la terraferma.
È intorno al 1730 che entra in scena Maria Labia. Bella quanto sensibile alle arti e alla cultura, la nobildonna veneziana, in occasione delle nozze del figlio Paolo Antonio, incarica Giambattista Tiepolo di decorare le pareti del Salone delle Feste, realizzato pochi anni prima dall'architetto Giorgio Massari riunendo in un solo vano cubico di dodici metri di lato due piani preesistenti. Ed ecco Cleopatra. All'altera regina, che tante passioni suscitava, il grande pittore settecentesco dedica i due grandi affreschi simmetrici che la ritraggono nell' "Incontro" e nel "Banchetto" con Antonio. Una Cleopatra, diafana, dai capelli biondi e occhi cerulei, così come Maria Labia che le dà il volto: un omaggio del Tiepolo alla sua mecenate, di cui si innamorò persino il re di Danimarca, Federico IV, che pretese un suo ritratto per lasciare Venezia e tornare in patria.
Maria e Cleopatra rivivono dunque nella stessa figura, in quelle scene d'amore che rappresentano il vero tesoro del Palazzo. Il Tiepolo le ha immortalate e ancora oggi possiamo ammirarle in tutta la loro bellezza grazie alla Rai, Radiotelevisione italiana, che trecento anni dopo comprò il Palazzo avviando un radicale restauro durato più di cinque anni.
Trecento anni che hanno visto prima la caduta della Serenissima, poi l'abbandono del Palazzo da parte dei Labia migrati in Austria, il suo acquisto , agli inizi dell'800, per conto del principe Lobkovitz, e ancora, il passaggio alla benefica pia Fondazione israelitica Königsberg che lo divise in appartamenti.
Nel 1885 il Piano Nobile ospita cinquanta telai a mano per produrre stoffe e sete artistiche. All'ultimo piano una segheria.
Il Comune di Venezia, che aveva già in affitto un appartamento adibito a scuola elementare, rifiuta nel '90 di acquistare l'immobile che gli era stato offerto per 50 mila lire.
Un non meglio identificato "ebreo veneziano" risulta essere il nuovo proprietario nei primi anni del '900 fino al periodo delle due guerre durante il quale ventisette famiglie vivevano nell'edificio e usavano il Salone delle Feste per stendere la biancheria. In quel periodo gli affreschi del Tiepolo subirono vari e gravi danni. In seguito il Palazzo fu acquistato da un certo Natale Labbia, un mercante arricchitosi commerciando in grano e nominato principe dal regime fascista, che ambiva vivere nella dimora dei suoi presunti antenati.
È poi la volta del petroliere messicano Charles de Beistegui che lo compra e avvia un primo restauro terminato il 3 settembre del 1951 quando, in coincidenza con la Biennale del Cinema, si tiene a Palazzo Labia quella che la stampa definì la festa del secolo. Ballano fino all'alba in costume settecentesco i più bei nomi dell'Alta Società nazionale e internazionale: dall'Aga Khan con la Begum a Winston Churchill da Orson Welles a Salvador Dalì.
Ritiratosi nel suo Castello di Monfort, vicino a Parigi, nel 1964 il de Beistegui, mise all'asta il Palazzo, che la Rai si aggiudicò per 350 milioni: unico ente statale ad acquistare un edificio del '700 per recuperarne il valore artistico e farne un centro produttivo.
Interamente restaurato con le tecniche più sofisticate, sia per la stabilità dell'edificio che nel recupero delle opere d'arte, oggi Palazzo Labia è tornato ad essere il gioiello della grande e moderna azienda televisiva pubblica.

- SALONE DEL TIEPOLO
È agli amori di Antonio e Cleopatra che Giambattista Tiepolo si ispira per gli affreschi che dominano il Salone delle Feste. Il maestro veneziano, allievo del Lazzarini, con la sua nota leggerezza cromatica dipinse quello che oltre ad essere uno dei suoi capolavori rappresenta una delle opere più significative del Settecento.
L'ambiente realizzato dall'architetto Giorgio Massari, in un secondo tempo rispetto alla costruzione del Palazzo, riunisce in un solo vano due piani preesistenti. è a forma cubica con dodici metri di lato.
Le due pareti laterali, quelle su cui poi il Tiepolo dipinse "L'Incontro" e il "Banchetto" di Antonio e Cleopatra, non vennero completate - come le altre pareti - in muratura, ma in carpenteria lignea su cui, tramite l'uso di supporti ugualmente lignei -"cantinelle"- fu steso l'intonaco per i dipinti.
Nel Salone gli affreschi coprono quasi interamente le pareti e il soffitto entro architetture illusionistiche che si devono alla collaborazione fra il Tiepolo e il pittore "quadraturista" Gerolamo Mengozzi Colonna, scenografo dell'opera.
È una delle più sublimi pagine della tradizione rinascimentale. Si tratta di un unico grandioso impianto prospettico e figurativo che riveste l'intera superficie per circa 500 mq. di pittura a fresco e assorbe i vuoti delle porte e delle finestre integrandoli nell'illusionismo della prodigiosa visione architettonica.
Nelle scene dedicate ad Antonio e Cleopatra, splendenti colori scendono come un arazzo prezioso lungo le pareti incantando come un miraggio: immagini affascinanti di paesi e costumi lontani, eventi e personaggi favolosi, impressioni e sentimenti decantati nei quieti luoghi della memoria.
Nell' "Incontro", sulla parete ovest, i due protagonisti emanano una solennità come se fossero costantemente illuminati da fasci di luce provenienti dall'esterno. Altera e nobile nei gesti Cleopatra, maestoso e imperiale Antonio.
Al di là dell'ampio arco, quasi un boccascena, è rappresentato il momento del fastoso sbarco della Regina d'Egitto dalla nave con la leggendaria prora dorata. Antonio l'accoglie ammirato e , assecondandone le teatrali cadenze di gesti e di passi, sembra invitarla a scendere i tre gradini che separano la finzione scenica dalla realtà della sala.
Perfettamente simmetrico a quello della parete di fronte, il secondo episodio della storia dei due famosi amanti: il "Banchetto" che si svolge in un'aperta terrazza sullo sfondo di un portico classico, come in una scena teatrale. C'è incredulità e attesa in tutti i personaggi raffigurati ad eccezione della bella Regina egiziana. Cleopatra è impassibile e altezzosa nell'atto di dissolvere nell'aceto una perla di inestimabile valore , per scommessa con Antonio.
Anche il Tiepolo, come altri grandi maestri, ama attribuire alle sue figure pittoriche volti a lui noti. E così mentre nell'"Incontro" è il viso di Maria Labia ad incarnare Cleopatra, nel "Banchetto" sul lato sinistro appare il Mengozzi Colonna, mentre seminascosto, con gli occhi spiritati e il naso aquilino lo stesso Tiepolo sorride appena a queste immagini che non conoscono declino.
Lo sguardo si alza verso il soffitto dove come un incanto appare l'allegoria del Tempo che, sconfitto dal Genio a cavallo del bianco Pegaso, appare al cospetto della Piramide magica della Eternità e della Gloria. È invece l'effetto "trompe l'oeil" a caratterizzare la parete nord: colonne di marmo rosa di Verona con balaustra e finestre, di fronte, a specchio, la realtà.
E ancora. Sulle pareti Eolo con altri venti, che spirano propizi sulle fortune di casa Labia; Il Tempo che rapisce la Bellezza; la Virtù che vince l'Invidia; la Giustizia che fa trionfare l'Armonia.
Sulle sovrapporte finte statue di bronzo raffiguranti le arti: Pittura, Musica, Geografia, Architettura.
Nel complesso dunque uno dei momenti più alti dell'illusionismo dove proporzione ed equilibrio fondono, in una mirabile unità visiva, la parte pittorica e quella architettonica.


- SALA DEGLI SPECCHI
Affacciata sul Canal Grande, affrescata da Giambattista Tiepolo, arricchita con altre preziose decorazioni, la Sala degli Specchi era il luogo preferito dai Labia che l'avevano scelta come sala da pranzo. Adiacente al Salone delle Feste, questa sala è espressione di raffinata quanto opulenta ricchezza.
Domina l'ambiente un affresco ellittico, opera del maestro veneziano, raffigurante "Zefiro e Flora". Nell'armonia delle forme, nelle impalpabili trasparenze e nella delicatezza dei colori, il Tiepolo mostra la dea della Primavera intenta a porgere fiori al Vento, raffigurato con grandi ali di farfalla.
Anche in questa sala si ritrova il gusto del "quadraturismo", già presente nel Salone delle Feste. Ne sono un chiaro esempio le decorazioni a "trompe-l'oeil" con statue inserite in nicchie che completano l'ornamento delle superfici, ampliando la sala.
Altri affreschi ornano le pareti con muse e figure allegoriche unite fra loro mediante un fregio continuo composto da figure di animali e di satiri.
Le pitture nei tondi e negli ovali posti a sovrapporta sono copie degli originali, che furono venduti nel secolo scorso.
E poi gli otto grandi specchi seicenteschi, dalla cornice dorata, inseriti in riquadri creati lungo i lati della sala, ad eccezione di due che coprono entrambi una nicchia che ai tempi dei Labia ospitavano quattro dipinti. Gli specchi furono aggiunti dal de Beistegui, ultimo proprietario privato del Palazzo.

- SALA DELL’AURORA
A Palazzo Labia, accanto ai meravigliosi affreschi del Tiepolo, c'è anche una copia di un quadro del maestro.
Si tratta del "Trionfo della Forza e della Sapienza" di autore anonimo. La tela è collocata nella Sala dell'Aurora, mentre l'originale si trova a Cà Rezzonico, museo del Settecento veneziano.
Il dipinto faceva parte di un ciclo che Tiepolo realizzò per decorare Palazzo Barbarigo, della nota famiglia nobile della Serenissima, in Santa Maria del Giglio. Ancora una volta l'autore personifica le virtù religiose e morali. In questo caso la Forza e la Sapienza scacciano la Perfidia ritratta nell'atto di precipitare, mentre amorini fluttuanti sembrano deriderla. Sul lato destro, un giovane rampollo dei Barbarigo sostiene deferente, fra le braccia, il manto della Saggezza.
- SALA DELLA PROCESSIONE
È una delle quattro sale che si affacciano nel Salone delle Feste. Prende il nome dall'olio su tela, attribuito a Palma il Giovane, "Processione sacrificale".
Il dipinto, proveniente da Palazzo Vendramin Calergi, è evidentemente una parte di un fregio di lunghezza maggiore, tagliato da entrambi i lati.
Decora il soffitto la tela sagomata di un anonimo veneto del Settecento, "Apollo fra putti con i simboli delle arti", come fa ritenere l'impianto compositivo generale dell'opera.

- SALA DEL MAPPAMONDO
Anche questa sala si affaccia nel Salone delle Feste. È così denominata dalla copia del Mappamondo realizzato a metà del XV° secolo da Frà Mauro, un monaco dell'ordine dei camaldolesi, che disegnò la pergamena nel monastero di San Michele a Murano, l'isola lagunare dove viveva.
Per secoli il Mappamondo fu conservato nell'edificio religioso. Nel 1811, alla chiusura del convento, fu trasferito nella Biblioteca Marciana in Piazza San Marco a Venezia.
È considerato il più famoso esempio di cartografia ecclesiastica e rappresenta una summa delle conoscenze e delle tradizioni geografiche del medioevo.
Ramusio lo dice tratto da una carta marina molto antica di fattura europea e da un mappamondo portato dalla Cina da Marco Polo. Certo l'autore ha attinto ampiamente dal libro "Il Milione" e dai racconti degli altri viaggiatori contemporanei.
Si ritiene che Frà Mauro abbia elaborato il planisfero, almeno in parte, prima della caduta di Costantinopoli, avvenuta nel 1453: nella carta, infatti, manca qualsiasi riferimento alla conquista turca della città.
Quella conservata a Palazzo Labia è una delle 700 riproduzioni eseguite dall'Istituto Poligrafico dello Stato nel 1954, in occasione del settimo anniversario della nascita di Marco Polo, su iniziativa dell'Amministrazione Comunale di Venezia in collaborazione con la Fondazione Cini ed il Ministero della Pubblica Istruzione. Anche in questa sala il soffitto è decorato con un affresco. Si tratta di un dipinto, riportato su tela, di Giambattista Canal: "Glorificazione di casa Labia". Il pittore, vissuto a cavallo fra il '700 e l'800, lavorò sia a Venezia che nell'entroterra, dove realizzò delle opere per chiese e palazzi ripetendo in maniera superficiale, ma decorativa, gli schemi ereditati dal Tiepolo.
Nell'affresco dedicato ai Labia - secondo la retorica settecentesca - la casata viene raffigurata da un guerriero, con in testa una ghirlanda di alloro e ai suoi piedi figure di prigionieri di guerra, mentre si rivolge con enfasi alle divinità Minerva, Giustizia e Fama. Un putto in volo regge la corona nobiliare. Fra le due finestre che danno sul canale di Cannaregio, una preziosa specchiera veneziana in legno dorato del XVIII° secolo sovrasta un caminetto in marmo giallo della stessa epoca.

Dalla Sala del Mappamondo si accede alla piccola Cappella del Palazzo, dove colpisce per il suo candore la tela della "Madonna col Bambino in gloria e Santi" di scuola spagnola del XVIII° secolo.

- SALA DI BACCO E ARIANNA
Protagonisti dell'affresco sul soffitto e del quadro che occupa un'intera parete, Bacco e Arianna danno il nome alla sala che si affaccia sul cortile interno.
È il figlio di Giambattista Tiepolo, Giandomenico, l'autore dell'affresco su tela che decora la parte centrale del soffitto. Sulla parete nord, la più lunga della sala, ancora Bacco e Arianna nell' "Allegoria della vendemmia" dipinta da Placido Costanzi nel 1754, ispirato all'affresco di Annibale Carracci che decora la volta di un soffitto di Palazzo Farnese a Roma.
Ai lati della sala, una tela divisa in due del pittore lucchese settecentesco Pompeo Batoni: "Le nozze di Amore e Psiche". Ancora una volta ricorrono personaggi mitologici, tema dominante delle opere presenti a Palazzo Labia.
Il dipinto, nella sua interezza, fa parte di un celebre insieme commissionato dal duca di Northumberland per la sua casa nello Strand di Londra. A suggerire il nome degli artisti fu il cardinale Alessandro Albani, che fece riferimento ad un gruppo di pittori molto in voga nella metà del '700 nella Capitale. I pittori furono incaricati di realizzare i loro dipinti ispirandosi ad opere dei classici particolarmente ammirate.
Il Batoni scelse l'affresco di Raffaello che tuttora decora una volta di chiostro di Villa Farnesina di Roma.

- SALA DEGLI STUCCHI
Proseguendo lungo il percorso che dalla Sala degli Specchi porta alla Sala dello Zodiaco attraversando dodici ambienti che fanno da cornice al Salone delle Feste, dopo quella di Bacco e Arianna si incontra la Sala degli Stucchi, anche questa affacciata sul cortile interno.
È così chiamata per le sofisticate decorazioni che l'accurato restauro, avviato dalla Rai negli anni '60, ha recuperato rispettando tutta la loro originalità. Stucchi che si possono ammirare, nella loro forma ellittica, al centro del soffitto. Una delle caratteristiche dell'opera sono i colori pastellati, dal rosa all'azzurro, che si alternano ai tradizionali bianchi.
Sui tre dei cinque accessi alla sala, altrettante sovrapporte dove sono ritratti personaggi della famiglia Labia. Certa l'identità di Carlo e Camillo Labia, incerto il ritratto di dama.

- SALA DI MARTE E VENERE
È l'olio su tela che domina il soffitto a dare il nome a questa sala.
Attribuito a un pittore anonimo veneto del tardo Settecento, il dipinto l'"Allegoria della pace" presenta due figure femminili abbracciate: l'una con una corona sul capo, l'altra con una ghirlanda di alloro fra i capelli.
Intorno, tre coppie di amorini, sorreggono altrettanti simboli: l'ulivo della pace, la cornucopia dell'abbondanza, l'ascia della guerra. Il tutto in un'armonica scena che richiama il tema del dipinto.
Due opere di Pompeo Batoni, su pareti adiacenti, riproducono le divinità mitologiche, già incontrate nella tela del pittore settecentesco collocata nella Sala di Bacco e Arianna: "Le nozze di Amore e Pische" e "Psiche introdotta dagli dei all'Olimpo".
Nella sala richiama l'attenzione anche uno dei sei grandi arazzi fiamminghi del XVII° secolo dedicati alle imprese di Scipione, il generale romano conquistatore del Nord-Africa.
Secondo l'iscrizione dello storico latino Tito Livio, si tratta di "Scipione e Massinissa che celebrano con un banchetto il patto di amicizia".
Questi sei esemplari fanno parte di un ciclo di undici eseguito a Bruxelles intorno al 1650 per la famiglia veneziana degli Zane.
Alla morte di Elena Michiel, vedova di Vettor Zane, ambasciatore della Serenissima, passarono a Palazzo Michiel, e poi, alla fine del 1800, e sempre per via ereditaria, alla famiglia Donà dalle Rose, dalla quale Charles de Beistegui acquistò sei degli undici arazzi ancora oggi a Palazzo Labia.
Si tratta di magnifici esemplari della migliore arazzeria fiamminga dell'epoca, per il magistero tecnico della tessitura e per la qualità, l'intensità e la stabilità cromatica delle lane e delle sete tinte con colori naturali, di ottima conservazione.
Gli undici pezzi, particolarmente pregiati, sono stati realizzati su cartone di Giulio Romano, in collaborazione con Francesco Penni e, sembra, su idea abbozzata da Raffaello.

- SALA DELLA BATTAGLIA
Tre grandi arazzi fiamminghi del XVII° secolo, una tela del Lazzarini e quattro allegorie sono le opere che fanno di uesto ambiente uno dei più preziosi del Palazzo.
I grandi disegni tessuti a mano hanno come protagonista Scipione l'Africano. Fanno parte, come quello esposto nella Sala di Venere e Marte, del ciclo di undici opere commissionate dalla famiglia Zane di Venezia agli arazzieri di Bruxelles intorno al 1650.
I sei che si trovano a Palazzo Labia, furono acquistati dall'ultimo proprietario privato Charles de Beistegui, ed in seguito dalla Rai che li fece restaurare nel laboratorio di Mario Bea a Roma. Sconosciuta, attualmente, la sorte degli altri cinque.
La serie veneziana è considerata un capolavoro della famosa scuola fiamminga del Seicento. Si distingue per la sofisticata tecnica della tessitura, per la sua qualità e, in particolare, per l'intensità cromatica delle lane e delle sete tinte con colori naturali d'ottima conservazione.
La scena centrale è contornata da una bordura con soggetti classici alternati ad altri allegorici, e reca in alto, in un cartiglio tratto dalle storie di Tito Livio, la descrizione dell'evento rappresentato.
Nel margine inferiore destro sono tessuti le sigle o il nome dell'autore e l'insegna delle fabbriche di Bruxelles (scudo fra due B, iniziali di Bruxelles e di Brabant). I sei arazzi hanno tutti la stessa altezza di 4,05 metri, ma diverse lunghezze.
Al museo del Louvre sono conservati i disegni dai quali furono ispirati quattro arazzi del gruppo.
Dalle pareti al soffitto in stile rocaille, decorato con una composizione voluta dal de Beistegui. Ai quattro angoli, altrettanti medaglioni allegorici fanno da contorno al dipinto centrale, incastonato fra stucchi e ori, che rappresenta "Giunone e il Pavone" del maestro di G. B. Tiepolo, Gregorio Lazzarini.

- SALA DEL TRIONFO
Un tempo chiamata Sala Rossa per la preziosa tappezzeria del '700 in velluto cremisi che decorava le pareti, la Sala del Trionfo prende oggi il nome dal prezioso arazzo fiammingo, uno dei sei conservati a Palazzo Labia, che celebra la vittoria di Scipione al ritorno a Roma dalla campagna d'Africa.
E sempre dedicato al generale romano è l'altro arazzo posto sulla parete di fronte. Si tratta dei preparativi per il sacrificio in onore degli dei per le conquiste riportate, voluto dallo stesso Scipione.
Anche questi preziosi tessuti, come gli altri della serie veneziana, si presentano con la scena centrale contornata da una bordura con un motivo decorativo che si richiama, soprattutto, ad oggetti di uso militare dell'antichità romana: scudi, faretre, fiaccole, lance, mazze, elmi alternati a cornucopie con monete d'oro, cespi di fiori e frutta, conchiglie colme di gioielli.
Domina la sala, al centro del soffitto, un affresco riportato su tela, di forma ovale, che raffigura l'"Incoronazione di Venere". L'opera di Gaspare Diziani, eseguita nel decennio fra il 1750 e il 1760, per la sua composizione, per le simbologie ed i colori, inizialmente era stata attribuita a Giambattista Tiepolo di cui l'autore era certamente un seguace.

- SALA DEL VICENTINI
La sala prende il nome dai due grandi dipinti di Antonio Visentini posti sulle pareti laterali rispetto all'accesso nel Salone delle Feste e al lato finestrato su campo San Geremia.
Le opere, "Veduta di un palazzo con parco" e "Veduta di un palazzo in rovina", dalle stesse dimensioni di cm. 290 x 395, furono eseguite dall'autore a metà del Settecento. Al pittore figurista Gaspare Diziani sono attribuiti i personaggi, aggiunti in epoca successiva, che compaiono in entrambe le scene.
Dal punto di vista delle proporzioni, appare evidente lo squilibrio fra la parte architettonica e quella dei soggetti dipinti.
Quanto al Visentini, va detto, che fu uno degli artisti più noti della cultura veneziana del tempo: dalla personalità eclettica e un'attività che spaziava dall'architettura alla pittura fino all'incisione.
Contemporaneo del Canaletto, le sue opere confermano l'influenza del maestro lagunare.
Nella sala ci sono anche tre sovrapporte attribuite a Francesco Aviani, pittore particolarmente attento all'aspetto scenografico, nato nella seconda metà del Seicento a Vicenza.
Per alcuni esperti, invece, le tre pitture ("Tobia e l'Angelo", "Tentazione di Sant'Antonio", "Paesaggio con rovine") sarebbero state realizzate dalla scuola di Viviano Codazzi, ma l'impianto del disegno così come lo stile del paesaggio confermerebbero il tratto dell'Aviani.

Particolare è il soffitto della sala, ornato da stucchi bianchi con al centro le iniziali stilizzate della famiglia Labia.
Sotto c'è l'imponente lampadario degli anni '20, realizzato in vetro di Murano, a due piani con diciotto bracci, fiori e foglie colorati.
è il più prezioso del Piano Nobile soprattutto per la singolare coppa centrale.

- SALA DELLO ZODIACO
 Un tempo detta della Biblioteca, oggi questa sala prende il nome dall'olio su tela che rappresenta i segni dello Zodiaco.
Si tratta di una riproduzione dell'affresco, di autore ignoto, che decora il soffitto della Sala delle Carte di Palazzo Farnese a Caprarola nel viterbese. Ma l'opera più importante, di questa sala del Piano Nobile, è il dipinto sul soffitto, eseguito da Angelo Trevisani, che illustra "L'iscrizione della famiglia Labia all'Albo d'oro della Nobiltà veneziana".
Si presume sia stata la stessa Maria Labia, mecenate del Tiepolo, a commissionare l'opera. È alla contessa della Serenissima, sposa di uno dei più ricchi esponenti della famiglia di origine spagnola, che si devono gli spendidi affreschi del Salone delle Feste, che fece eseguire dal maestro settecentesco in occasione delle nozze del figlio.
La tela è conosciuta anche come "Venezia che esercita la Giustizia e la Pace" ed è stata realizzata da Angelo Barbier, detto Trevisani, intorno al 1734.
Nella sala, oltre ad un camino in preziose ceramiche blu olandesi, di Delft, c'è anche la copia di un mappamondo del 1649 e due sovrapporte, di scuola francese del XVIII° secolo, che rappresentano rispettivamente la "Musica" e la "Geografia".

- ANDRONE
Tipico dell'architettura veneziana seicentesca è il cosiddetto "portego", ovvero l'androne che congiunge l'ingresso da terra in campo San Geremia con quello dalla via d'acqua sul canale di Cannaregio.
Ai due lati: lo Scalone d'onore che porta al Piano Nobile ed il Cortile interno con il pozzo utilizzato dai Labia per l'approvvigionamento dell'acqua. Lo Scalone si sviluppa dal piano terra con una prima rampa che sale dal portale al pianerottolo dell'ammezzato, dove sulla parete è collocato un frammento di un affresco attribuito a Giandomenico Tiepolo, uno dei figli di Giambattista, raffigurante "Giunone con il pavone".
Si tratta di una parte superstite di un dipinto di dimensioni più estese, che si trovava in una delle stanze dell'ammezzato e strappato in occasione dei restauri effettuati dalla Rai alla fine degli anni '60.
La mano del giovane pittore si riconosce, secondo gli esperti, dal confronto stilistico con altre sue opere, quali il "Trionfo delle Arti" che si trovava nella villa di famiglia a Zianigo ed ora conservato al museo di Cà Rezzonico a Venezia.
La seconda rampa di scale porta direttamente nel Salone delle Feste con un colpo d'occhio che rapisce il visitatore dai primi gradoni.
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