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Il Guardiano del Demonio

La storia che andiamo a narrare ora risale al 1552, ed è una delle più conosciute leggende veneziane. Noi la prenderemo a prestito dallo storico Giuseppe Tassini, che nelle sue «Curiosità veneziane» si rifà - in questo caso - agli «Annali dei cappuccini» del padre Boverio. Il fatto avvenne in una casa allora di proprietà della famiglia Soranzo, e riguarda un grande bassorilievo rappresentante un angelo sulla facciata che guarda un canale a poca distanza da piazza San Marco. Tutta la zona è detta «dell'Angelo» proprio in relazione alla figura alata che benedice - con la mano destra - un globo che tiene con la sinistra. Poco sopra la testa dell'angelo, si può notare un piccolo foro: secondo i veneziani, quello è il motivo per cui la rappresentazione sacra è stata posta sul muro esterno dell'abitazione. zbr> Abitava dunque nel 1552 in questa casa un avvocato, impiegato presso la Curia Ducale, che malgrado la sua sincera devozione alla Vergine Maria aveva accumulato molte ricchezze in maniera disonesta, e a scapito di tanta povera gente. Un giorno l'uomo ebbe l'occasione di avere a pranzo padre Matteo da Bascio, primo generale dei Cappuccini, persona in odore di santità, al quale - prima di sedere a tavola - volle far vedere una vera rarità: una scimmietta addomesticata, così intelligente al punto di servirlo anche nelle faccende domestiche.
Alla vista del frate, però, la scimmia scappò a rintanarsi sotto un letto, e non volle saperne di uscire da lì. Padre Matteo vide - per grazia divina - che sotto la pelliccia dell'animale si celava nientemeno che il demonio, e in tono imperioso le disse: «Io ti comando da parte di Dio di spiegarci chi tu sia, e per quale ragione ti trovi in questa casa».
«Io sono il diavolo - rispose la scimmia, che improvvisamente iniziò a parlare - e sono qui per appropriarmi dell'anima di questo avvocato, che a causa della sua condotta mi appartiene».
«E perché - ribatté il frate - avendo tu tanta brama di quest'uomo, non l'hai ancora ucciso e portato con te all'inferno?».
«Per un solo motivo - disse il demonio -: perché prima di andare a letto egli ha sempre raccomandato l'anima a Dio ed alla Madonna; se avesse dimenticato anche una sola volta le sue preghiere, sarebbe già da tempo con me, tra i tormenti eterni».
Udito ciò, il cappuccino si affrettò a comandare al nemico di Dio di lasciare immediatamente quella casa, ma il diavolo si oppose, spiegando come dall'alto gli fosse stato dato il permesso di non partire da quel luogo senza aver prima causato comunque qualche danno.
«Allora vuol dire che un danno farai - gli intimò padre Matteo - ma sarà solo quello che ti ordinerò io. Farai un foro su questo muro, uscendo da qui, e il buco servirà ad eterna testimonianza dell'accaduto».
Il diavolo poté solo obbedire, ed il frate, avvicinatosi alla tavola imbandita per il pranzo, riprese l'avvocato sulla sua vita passata.
Nel parlare, il cappuccino aveva preso in mano un lembo della tovaglia: «guarda» disse all'uomo strizzandone un lembo, e facendone uscire per miracolo molto sangue «questo è il sangue dei tanti poveri che tu hai angariato con i tuoi imbrogli e le tue estorsioni».
L'avvocato pianse lacrime amare, e nel promettere di restituire il maltolto ai poveracci alle cui spalle si era arricchito, ringraziò il religioso per la grazia ricevuta. Un solo timore gli rimaneva: quel buco sulla parete, attraverso il quale Belzebù sarebbe potuto tornare così come se n'era uscito.
Fu allora che padre Matteo gli indicò la soluzione: il buco andava difeso dall'immagine di un angelo, perché alla vista degli angeli santi fuggono gli angeli cattivi. Così, da quasi cinquecento anni, l'angelo di Ca' Soranzo fa da guardiano al buco nel muro, perché il diavolo non abbia a tornare.
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