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Si narra che uno degli ultimi campanari di San Marco, vissuto nella metà dell'Ottocento, era alto più di due metri e aveva mani spropositatamente grandi. Un giorno, il direttore di un istituto scientifico veneziano, uscendo da una messa domenicale in Basilica lo notò e pensò che lo scheletro di quell'uomo avrebbe potuto costituire il pezzo forte delle collezioni anatomiche dell'istituto. L'uomo si era meravigliato un po' della strana richiesta, ma alla fine si era detto: "Perché non vendere queste mie povere ossa? Io sono già anziano, ma il professore è molto più vecchio di me: morirà presto e, se anche passeranno solo due o tre anni prima che anch'io passi ad altra vita, questo accordo sarà senz'altro dimenticato". Così, dopo molte insistenze, il campanaro si impegnò per iscritto a lasciare lo scheletro al professore che gli diede in cambio una adeguata somma di denaro aggiungendo: "Alla tua morte, porrò il tuo scheletro in una grande teca di vetro e gli metterò in mano una campanella. Mi farà da guardia alle collezioni!". Il campanaro era naturalmente convinto in cuor suo che ciò non si sarebbe avverato, e si affrettò ad andare coi soldi all'osteria più vicina. Essendo amante del buon vino e potendoselo ora permettere, sedeva ogni giorno in osteria ma, un giorno, lo colse un colpo proprio al tavolo del locale. Oggi lo scheletro del campanaro di San Marco si trova nel museo di storia naturale, l'ex Fondaco dei Turchi, da dove, poco prima della mezzanotte, egli sale sul campanile di San Marco e dà i dodici rintocchi alla campana più grande, la Marangona, poi si incammina barcollando lungo le calli che lo conducono verso la sua vecchia casa, suona la campanella e ferma i passanti, mendicando per poter ricomprare se stesso. |